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	<title>Stefano Falotico &#187; Il Faro | Stefano Falotico</title>
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	<description>La vetrina incantata di un Uomo al di sopra anche della sua anima</description>
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		<title>UN SAGGIO CRITICO SU STEFANO FALOTICO</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jan 2019 12:56:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’inserto tutto-cultura PROMETEIA sarà un allegato costante del Faro Italiano, che nel 2019 sarà sottoposto a un’importante evoluzione. Nelle prossime edizioni di PROMETEIA appariranno i saggi critici sui libri di Stefano Falotico con riferimenti a tutte le pubblicazioni precedenti. In questo saggio, invece, mi soffermerò sull’Autore. La crisi che vive la lettura italiana (ma anche mondiale) è dovuta essenzialmente all’inconciliabilità&#8230; <a href="http://stefanofalotico.com/?p=748">(more...)</a>]]></description>
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<p>L’inserto tutto-cultura PROMETEIA sarà un allegato costante del Faro Italiano, che nel 2019 sarà sottoposto a un’importante evoluzione. Nelle prossime edizioni di PROMETEIA appariranno i saggi critici sui libri di Stefano Falotico con riferimenti a tutte le pubblicazioni precedenti. In questo saggio, invece, mi soffermerò sull’Autore. La crisi che vive la lettura italiana (ma anche mondiale) è dovuta essenzialmente all’inconciliabilità fra lo scrittore e il lettore. Il lettore del XXI Secolo non è più quello del XX e, meno ancora, quello del XIX. La tradizione scolastica, che ha le sue radici in una specie di ripetitivo classicismo, si scontra, volenti o nolenti, con una trasformazione, che, posta in essere nel XX Secolo, ha trovato nel XXI il suo compimento. Ovviamente, molti scrittori, pervasi da un agone egotistico, non si rendono conto della nuova capacità di lettura e insistono in un canovaccio inestirpabile forse a causa di una cultura eccessivamente libresca. I grandi scrittori hanno trovato invece elementi “istruttivi” e “insegnanti” nella vita di tutti i giorni, nel quotidiano vivere, nell’analisi della società e delle sue evoluzioni culturali, economiche e di costume. Restare “classici” in questo contesto non avrebbe avuto come sfogo il lettore, ma una ristretta cerchia di amici “complimentosi” per “adeguarsi all’occasione”. Stefano Falotico si è posto il problema di come restare classici, senza “urtare” la suscettibilità del lettore. Ha dato vita così a una prosa complessa, attiva, interattiva, non dormiente, non assuefatta, non cantilenante, non ripetitiva, ma sempre fornitrice di soluzioni letterarie che, scatenando l’intimo sentimento, come forse era accaduto soltanto a Victor Hugo e Lev Tolstoj, ha “tradotto” in realtà pensante anche i lettori più indifferenti e sopiti. Lo ha fatto non solo attraverso la curiosità “linguistica” avveniristica, ma soprattutto a mezzo di una sequenza di contenuti che si susseguono in una “asfissiante devozione” al mondo. Se, in qualità di critico letterario (ma sono soprattutto autore di non indifferente livello), mi soffermo sul fenomeno Stefano Falotico, è perché il nostro soggetto letterario offre al divenire culturale soluzioni che dapprima non abbiamo rinvenuto neppure nei maggiori scrittori contemporanei. Stefano Falotico si è certamente posto il problema: Come “raggiungere” il cuore del lettore? Come “svegliare” la sua mente? Come evitare di essere scontatamente evolutivi? Come essere evolutivi e “classici”? I suoi libri narrano di “dame” e “cavalieri”, ma in questo costante divenire-trasformativo-interattivo non troveremo Torquato Tasso, Ludovico Ariosto e, ancor meno, Dante, Virgilio e Milton. Non troveremo il narratore romanzato. Non troveremo “scontati-inutili” castelli. Troveremo invece l’uomo pluridimensionale, l’amore per l’enigma-vita (<i>Il Cavaliere di Londra</i> - in una mia prossima recensione), lo snodarsi lungo le difficoltà della vita (<i>Il Cavaliere di San Pietroburgo</i>). Le avvisaglie della nuova filosofia linguistica si hanno già nel <i>Cadavere di Dracula</i> (che si pone come confine fra il vecchio dire e il nuovo dire). “La libertà e anche il libero arbitrio passano attraverso perigliosi cammini e ardui ostacoli. Anche la libidine e la lussuria per l’Autore passano attraverso la catarsi “profetica” di un’intima soffusa sofferenza (La mia lussuria si scaglierà terribile di veemenza arsa a vostra finta sapienza. &#8211; Il Cadavere di Dracula – Stefano Falotico), attraverso la paradossale lente di un epidiascopio, che, con le sue immagini alterate e “assurdamente iperboliche” ci offre una visione “esagerata e folle” della vita, perché, in fondo, la vita umana non è che “un mezzo” per perfezionarsi per pervenire a vite “diverse”, a mete da conquistare nell’evoluzione biologica, sociale e filosofica, che si dipana nell’incessante comporsi e scomporsi degli “elementi” – così nella mia recensione (già ampiamente pubblicata e inerente libro di riferimento). Stefano Falotico si è quindi posto il problema di come innovare, trasformare, essere “contenutistico”, concreto ed “emblematico”, non travolgendo totalmente i canoni classici della scrittura, ma adeguandoli e rielaborandoli con l’immissione di una straordinaria linfa vitale. Come riesce a ottenere questo? “Caratterizzando” i personaggi, facendoli “lievitare”, crescere, come un padre e una madre pazienti che intendono impartire la migliore educazione alla prole. La prole, nella fattispecie, si chiama libro, scrittura, passione per la crescita letteraria. Non allievo mai, Stefano Falotico è in realtà un appassionato “Maestro”. Ha l’ascia di chi colpisce e il cuore del bambino che rimane tale per tutta la vita. A lui piace “bere” nei suoi stessi libri, non per quel sentimento “draculiano” che, oberato dal peso del nome, si trasferisce nella realtà, ma perché fra incantesimi, “diavoli”, “estemporanee divinità” e uomini-dei, si dipana in lui la “tragedia” dell’umanità nel divenire e nell’essere sempre uguale o simile a se stessa. In questo modo Egli infligge una lezione morale e sottilmente satirica, se non palesemente ironica, agli “umani”. Costoro amano, odiano, non amano, non odiano, finiscono nella spirale dell’indifferenza, si “mediocrizzano”, risorgono dalle ceneri del proprio pensiero, si interrogano, si esaminano, sono contemporaneamente “allievi” e “maestri”: allievi teneri e “maestri d’ascia”. I personaggi di Stefano Falotico sono composti Cavalieri, ma anche uomini bizzarri, fedeli a se stessi e senza una reale fede universale (nel senso classico della parola). Sono esseri ribelli, che fuggono dalla realtà quotidiana, dalla “ripetitività”, dalla tristezza “comune”, dal lirismo della piaggeria e del finto altruismo, dalla pace senza costruzione, dal “senso del dovere”, ovvero da quell’inferno intimo che costringe l’uomo a fare sempre le stesse cose, non chiedendosi nemmeno perché e non domandandosi il perché del “mancato cambiamento”. Nei personaggi di Stefano Falotico la vita chiama a soccorso se stessa, esce dall’infantilismo letterario-creativo per “erompere” come petali in fiore. La sua prosa è fiore e taglione, magistrale rievocazione classica e distruzione del passato “inutile”, in una specie di “anti-religiosità”, che si perpetua in un moto uniformemente accelerato e in un bizzarro divenire. Se i suoi personaggi dovessero delinquere, lo farebbero conservando la loro compostezza, la coscienza di stare a fare sempre bene come nel “Kick-Boxing”. Essi sono incassatori e “canne al vento”. Sono deboli e forti. Sono cani che mordono e arpie feroci. Sono “angeli custodi” della tradizione e innovatori “implacabili”. Leggono in se stessi e fuggono da se stessi. Si ribellano a se stessi quando scoprono di essere “quotidiani”, “sensibili” alle solite cose e vicini allo scorrere delle ore, lo scorrere monotono come le parole che si susseguono con un nesso logico che non si identifica mai con l’evoluzione. Spesso gli scritti dell’Autore “cercano” la “soluzione” e non sembri strano che tale soluzione si identifichi con la tragedia. Sono Romeo da Villanova e dittatori solenni. Sono schiavi e “contumaci ribelli”. Sono condannati alla vita e condannati a morte. Tornano vincitori e si comportano da vittime “solenni”. Sono il futuro, il presente e il passato, con tutte le patologie che proprio il passato può trasmettere e che, pur tuttavia, trovano un organismo ribelle e una “pelle” così mutevole da essere “portatrice” di novità e trasformazioni perenni, tali da “vanificare” il passato medesimo. I personaggi di Stefano Falotico corrono, vanno, cercano, si dimensionano diversamente, in base ai casi e alle circostanze, ma mai in qualità di vittime reali, bensì di protagonisti, anche impavidi e caparbi. Essi sono la volontà che incide nella loro vita. Quando i casi della vita vogliono che essi tornino al loro quotidiano essere, scoprono in se stessi una sorta di ambiguità, di plurivalenza, di crudeltà, di crudezza e nel loro cuore rinvengono un “cruciforme” destino. Essi non si deprimono mai: lottano, escono allo scoperto, vincono e perdono, ma non sono mai realmente sconfitti. In loro si legge: desiderio, brama, moto variamente accelerato, ricerca della vastità del creato, in una specie di sublimazione che consente loro di uscire dal greto del fiume della vita per cercare un’onnipotenza personale, in un “irreligioso” silenzio. Essi troveranno siepi e alberi, aspre montagne e fiumi agitati, alte maree e ripidi camminamenti, tunnel e altipiani lussureggianti. Essi troveranno estati, primavere, autunni e inverni. Ma non si arrenderanno al destino o al fato. In loro la lotta è un “classico essere” e un “azzardato divenire”. Incontro, scontro, conversazione, avversità, devozione, “dialogismo”, biasimo, amore, “disamore”, dolore, costanza, “endemica malattia”, catastrofe, polimorfismo e fallimento si aggrovigliano in un “enclitico” divenire, che fa sì che un’azione priva di tono ne assuma uno, avvalendosi di un “precedente soggetto”. Tutto l’insieme diviene in Stefano Falotico “filosofia vitale” e “naturale disfacimento” in vista di successive “grandezze”. Grandezze che egli non identifica, ma che lascia intuire o supporre, perché è cosciente che sia un cattivo scrittore colui che fornisca soluzioni o che faccia di ogni argomento una “tematica” per riduttive conversazioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Eliano Bellanova Direttore della Rivista <i>Il Faro Italiano</i>. Presidente dell’Araba Fenice Edizioni Magna Grecia</p>
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		<title>Eliano Bellanova recensisce Il cavaliere di San Pietroburgo</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Aug 2016 07:38:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Corte russa di San Pietroburgo all’epoca dell’Imperatore Nicola II, l’ultimo Zar travolto dalla Rivoluzione bolscevica, era definita un “giardino di ciarlatani”. Tuttavia conservava intatto il ruolo di grande capitale di un Impero che volgeva alla fine. San Pietroburgo e Vienna erano capitali di due grandi Imperi che avevano segnato e… sottolineato la storia. Ambedue erano città pregne di misteri&#8230; <a href="http://stefanofalotico.com/?p=591">(more...)</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://stefanofalotico.com/?attachment_id=592" rel="attachment wp-att-592"><img class="aligncenter size-full wp-image-592" alt="Eliano Bellanova, Il cavaliere di San Pietroburgo" src="http://stefanofalotico.com/wp-content/uploads/2016/08/Eliano-Bellanova-Il-cavaliere-di-San-Pietroburgo.jpg" width="1387" height="705" /></a></p>
<p><span style="line-height: 1.5;">La Corte russa di San Pietroburgo all’epoca dell’Imperatore Nicola II, l’ultimo Zar travolto dalla Rivoluzione bolscevica, era definita un “giardino di ciarlatani”. Tuttavia conservava intatto il ruolo di grande capitale di un Impero che volgeva alla fine. San Pietroburgo e Vienna erano capitali di due grandi Imperi che avevano segnato e… sottolineato la storia. Ambedue erano città pregne di misteri e, mentre Vienna aveva visto uscire il feretro di Francesco Giuseppe, “colpevole” di aver regnato ben 68 anni, San Pietroburgo vide uscire, sotto la forzata “deiscenza” scatenata dall’impulso rivoluzionario, Nicola II e tutta la famiglia Romanov, per finire i loro giorni ad Ekaterinburg sotto il colpi dei rivoluzionari proletari. Imbevuti di teorie marxiste-leniniste, i rivoluzionari di “Ottobre” travolsero i resti di quello che fu uno dei più potenti Imperi del mondo. … San Pietroburgo è il simbolo dell’estremismo, delle tenebre e del crepuscolo per il Cavaliere, che fugge da Alcatraz alla ricerca di una nuova dimensione: latitudini e longitudini diverse che sembrano mirabilmente intersecarsi, contro ogni logica geometrica, astronomica e geofisica. Clint, il personaggio che oscilla fra la determinazione e la “funambolia”, approda in un’aurora boreale di sogni “travasati” in una natura che coniuga mirabilmente il sacro al profano.</span></p>
<p>“San Pietroburgo, la città dei segreti imperscrutabili, il crocevia di tante marmoree storie angeliche e madre d’altrettanti diabolici sotterfugi gelidi, la città di Cristo crocifisso al centro magmatico del nostro pazzo, stupendo mondo stravagante, del suo “menestrellante” esser sfera vitale, primigenia mela d’ogni originario, inviolato, original Peccato di Dio l’Altissimo e intoccabile” – così, in un tratto di penna “artistico” l’Autore scolpisce sul “marmo del suo libro” l’antica, fascinosa città, che un tempo si era opposta, come invalicabile baluardo, alle invasioni d’oriente e d’occidente, dimostrandosi un crocevia di scontri e incontri d’ogni genere. Il neo-Artù, Clint, il Cavaliere epico senza macchia e senza peccato (come si sarebbero espressi i cantori del Medioevo) è il messaggero di una “sua divina” libertà, che passa “impunemente” dalla verminosa periferia alla catarsi delle chiese, della crocifissione di Gesù Cristo. Clint passa dall’osservazione all’annunciazione profetica, dal “grigio quotidiano” ad un “aldilà immanente”, perché egli, forse, non è né ateo, né credente, né scettico, né bigotto. È uno spirito libero e gli spiriti liberi, quando passano all’azione, rischiano perfino il carcere, come un “Cristo in mutande”, che, teso all’estremo, non sopporterà soltanto la croce, ma anche una specie di trapasso nella “luciferazione”. Il passaggio è reso dall’Autore sotto forma di favola e, forse, è la prima volta nella letteratura che la filosofia “trasmigra” nella favola: un modo semplice e complesso di trasferire il pensiero presso “l’inclita e il volgo” senza alcuna differenza fra loro. E siccome la vita è danza e musica, la tempesta ormonale per Stefano Falotico passa attraverso la danza e la musica, dove il corpo “si intellettualizza” per divenire armonia proibita e sensualità materiale e morale. Nello scorrere degli eventi scorgeremo anche l’illogica “logica” del delitto, una sua ragion d’essere “assurda” e struggente, fino alle tentazioni, al peccato e, infine, all’astrazione. … perché, dopo tutto, l’uomo è un’astrazione, un pensiero-mezzo, una partenza e un arrivo, i cui confini non sono definiti, neppure dalla “fine della notte”.<br />
Quando i discepoli chiedono a Clint dove siano diretti, ottengono la controversa risposta della mancanza di una direzione esatta, perché nella vita non c’è una direzione esatta, se non nel momento in cui essa sia asservita alla mediocrità e alla monotonia del quotidiano “stanco”. La risposta stende mura invalicabili di fronte al reale pensiero del Cavaliere, forse perché egli comprende che il popolo non è chiamato a capire, ma a seguire. Se il popolo, infatti, fosse indotto a “capire”, il cammino dell’umanità si arresterebbe per troppo tempo, tarpando le ali al progresso e al pensiero stesso. … e cosa resterebbe della comprensione, dell’intelligenza, del lungo cammino, se non il “vulcano demoniaco” (S. F.), il Cristo che si rivela come un nano, forse come un “nano sulle spalle di un gigante”?&#8230; anche nella Creazione vi sono enigmi, frammenti, un insieme di “raccolte” lungo il cammino della nostra esistenza. Il Cavaliere di San Pietroburgo raccoglie e lascia per la via, si purifica in una catarsi “estrema”, … egli il Maestro, la Verità “sommersa”, il destino vagante nella notte e “speculante” nel giorno, come un neo-Diogene, che vaga e cammina… compie… … il cammino costante che conduce alla “fine, la morte, la sepoltura e l’inizio della nuova speranza”. … ma le sacre scritture hanno detto forse tutto questo? E la congiunzione fra l’ateo, il profano, il credente, il bigotto, il sognatore, lo scettico… non passa attraverso fughe, misteri, fraintesi (la stessa vita non è forse un frainteso?). E la libertà… non è, a sua volta, un frainteso? E la virtù non è forse noiosa e pedante? E la follia non esprime forse la natura intimamente irrazionale dell’uomo? È necessario essere “Cavalieri” per fuggire dal quotidiano del “serpente” per accettare il cangiante evolversi delle aquile. La montagna e l’abisso… non sono forse due facce della stessa medaglia? E quando avremo scoperto tutto ciò… non troveremo che Clint – con le sue follie, i suoi paradossi, le sue tristezze, i suoi “silenzi” intercalati da parole “sospese” – rappresenti l’incisione della vita nelle pieghe e nelle piaghe del quotidiano “magico”?<br />
“Il cavaliere di San Pietroburgo” è quindi la vita che, dalla brama e dai desideri, passa alla catarsi e al tramonto come anelito di speranza nel futuro, “tacite gementes tristam fortunae vicem” (Fedro – piangendo in silenzio il triste mutamento della fortuna).</p>
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		<title>Dal n. 1 di Aprile della rivista “Il Faro”, la recensione di Eliano Bellanova del mio Il cadavere di Dracula</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Apr 2016 07:03:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160; La prosa di Stefano Falotico è un’ossimorica “frequentazione” di parole che si svolgono lungo una teoria che “si snoda” come il mare sugli scogli. Quegli scogli “ascoltano” il flusso “draculiano” che a loro perviene dalla residenza castellana attraverso un cammino lungo come quello delle favole e dei fiumi che “allietano” e inquietano la Terra. L’ossimorica successione diviene il trionfo&#8230; <a href="http://stefanofalotico.com/?p=556">(more...)</a>]]></description>
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</a><a href="http://stefanofalotico.com/?attachment_id=557" rel="attachment wp-att-557"><img class="aligncenter size-large wp-image-557" alt="Il Faro Il cadavere di Dracula" src="http://stefanofalotico.com/wp-content/uploads/2016/04/Il-Faro-Il-cadavere-di-Dracula-1024x525.jpg" width="1024" height="525" />&nbsp;</p>
<p>La prosa di Stefano Falotico è un’ossimorica “frequentazione” di parole che si svolgono lungo una teoria che “si snoda” come il mare sugli scogli. Quegli scogli “ascoltano” il flusso “draculiano” che a loro perviene dalla residenza castellana attraverso un cammino lungo come quello delle favole e dei fiumi che “allietano” e inquietano la Terra.</p>
<p>L’ossimorica successione diviene il trionfo della vita sulla morte quando <i>“Asperso in tal asperità, spero in un domani florido che sia “forca” delle ghigliottine in me inflitte e perpetrate da vigliacchi “puritani” della Londra anelata e in virtù veliera del mio cavalcante ritorno” (Il Cadavere di Dracula – Stefano Falotico). </i>Ad un esame superficiale (“la perfida dea che mai da l’ospizio di Cesare non torse li occhi putti” e che è sempre in agguato) l’Opera sembra una successione di “organici frammenti”. Ma i proprio “i frammenti” sono “ricomposti” in una unità in cui l’enigma-vita si rivela sotto i raggi del sole e si tramuta in bellezza eterna, sebbene l’eternità “ristretta” sia pur sempre soggetta alla legge della relatività e del “contingente magico” (<i>Susciti soggezione, e impaurisci. Perlomeno, io mi sento minato dal tuo Sguardo. Ambiguo, ridente ma con sfumature più adombrate di come vorresti apparire. Ipnotica ed evocativa insonnia anch’erotica, solare ma lugubre. Sensualissimo ma un po’ affranto e “roco”, come se la felicità, a prima vista, adocchiasse anche un animo buio che nascondi dietro ammalianti pose maliziose in te stessa intessuta di morbido languore scuro”</i>. &#8211; <i>Il Cadavere di Dracula – Stefano Falotico)</i>. Trasportato nell’aldilà, il pensiero umano, nella più alta accezione filosofica, si annullerà nella “egemonia delle anime”, presso cui la libertà si professa in quanto tale, sottraendosi al giogo umano e passando attraverso… il cadavere di Dracula, attraverso il mito del vampiro, attraverso il rumore del tuono. La libertà e anche il libero arbitrio passano attraverso perigliosi cammini e ardui ostacoli. Anche la libidine e la lussuria per l’Autore passano attraverso la catarsi “profetica” di un’intima soffusa sofferenza <i>(La mia lussuria si scaglierà terribile di veemenza arsa a vostra finta sapienza. </i>- <i>Il Cadavere di Dracula – Stefano Falotico)</i>, attraverso la paradossale lente di un epidiascopio, che, con le sue immagini alterate e “assurdamente iperboliche” ci offre una visione “esagerata e folle” della vita, perché, in fondo, la vita umana non è che “un mezzo” per perfezionarsi per pervenire a vite “diverse”, a mete da conquistare nell’evoluzione biologica, sociale e filosofica, che si dipana nell’incessante comporsi e scomporsi degli “elementi”. In questo “eterno” comporsi e scomporsi degli elementi anche gli insetti hanno importanza, altrimenti non si spiegherebbe il fenomeno dell’entomofilia, ovvero dell’impollinazione ad opera proprio degli insetti.</p>
<p>E come l’uomo “è inseguito” da microbi, batteri ed altri microrganismi dai quali deve difendersi, così il mito di un uomo può sopravvivere a se stesso, al suo cadavere, al Cadavere di Dracula, il vampiro che, con la sua sete di sangue, dispensa orrori… sebbene la scienza ammonisca e ipotizzi che la stessa sete sia dovuta a deficienze di enzimi ed altre proteine, che ne fanno un sofferente, un malato. Il “malato” è depositario di “immani segreti”: senza di lui non vi sarebbe scienza. È “inconsciamente” depositario del bene e del male, delle gioie e delle pene, fino al frainteso, che per molto tempo a livello psichiatrico si è concentrato sulla parola “isteria”, “isterico”, “isterica”. La parola rappresenta un frainteso-paradosso, in quanto il malanno è stato ritenuto di derivazione uterina (il greco ὑστέρα significa infatti ventre, utero). Il mito di Dracula “scientificamente” trarrebbe dalla deficienza di enzimi epatici, ovvero di proteine, la cui scarsa presenza farebbe desiderare il sangue. “Traslando” la “filosofia” (come scienza o come futura scienza nell’accezione kantiana della parola), che presuppone il desiderio di qualcosa perché quella “qualcosa” ci manca, potremmo argomentare che il “draculismo” sia per alcuni una “necessità”. E se questa “necessità” si trasferisce nel corpo sociale o nel pensiero, allora potremo desumere che il desiderio di divenire, di essere “postumi” a noi stessi, sia immanente. Jacques Le Coff, nella sua notevole opera “Il Corpo nel Medioevo”, sostiene che “Eresia e lebbra sono spesso associate: al pari della lebbra, l’eresia è una malattia dell’anima che si esprime simbolicamente attraverso un corpo malato, da allontanare dal corpo sano della Chiesa”. Il “frainteso medievale” diviene “veicolo” allorquando si strutturi nel pensiero “solidificandosi”, trasformandosi da “preludio”, “ipotesi”, “supposto”, in tesi, in affermazione dimostrata, al di là dell’affermazione apodittica. La deficienza di triptofano nel “vampiro”, si tramuta in una “deficienza psichica”, poiché genera “desiderio”, “voluttà”, “ardire”, fino alla violenza, che è figlia dell’aggressività connaturata all’essere umano. Essa genera un cammino o una trasformazione “inconscia” (secondo F. W. Nietzsche “lo spirito prima era Dio, poi si fece uomo, ora sta diventando plebe” e secondo lo stesso pensatore lo spirito diviene cammello, il cammello diviene leone e questo diviene fanciullo). È la teoria del divenire e dell’eterna trasformazione, che “ghermì” Lavoisier. In questo divenire “La mia lussuria si scaglierà terribile di veemenza arsa a vostra finta sapienza. La mia lussuria è un vampiro che lacererà le tue menzogne, seppellirà il morto che tu non vivesti da puro, e distruggerà ogni tua sanità!” <i>(Il Cadavere di Dracula – Stefano Falotico). </i></p>
<p>In questo asserto è la chiave di lettura del libro (poiché se non troviamo la chiave di lettura di un’opera, non potremo neppure leggerla, in quanto scivoleremo in superficie, vedremo scorrerci addosso fiumi di parole che costituiranno soltanto “inutile fascino”. Attraverso questa “chiave” ci apriremo al “<i>Poeta dell’assurdo, del suono che urta!”</i>, che ci condurrà “nell’eremo della comprensione”, in cui perfino la vendetta potrebbe avere una sua ragion d’essere, se si tratti di “grande vendetta”, di superamento dei pregiudizi, delle “inutili passioni”, per aprirsi al “grande essere”, che è in noi “in nuce” e che passa attraverso il processo della crescita e dello sviluppo interiore: una crescita “tragica”, “terribile”, che richiama alla mente il Prometeo che si vedeva divorare il fegato dai rapaci per riprodursi incessantemente, rappresentando “il fuoco del progresso”, innescando la prima vera reazione a catena della scienza e della storia. E quando dopo queste “acquisizioni”, scorgeremo un altro cammino, secondo l’Autore ci imbatteremo nello smarrimento. Sì, in un fenomeno sempre in agguato, in quanto siamo pur sempre “canne al vento”, sensibili ad ogni umore e variazione. Il nostro Prometeo è Dracula. Chi è Dracula? La nostra passione eterna, il nostro cammino, il nostro Eros nascosto nelle pieghe “supreme”, il nostro “dirimpettaio”, il nostro “traditore”, il nostro “amico”, il nostro “nemico”, il “deposito” della nostra virulenta passione. Dracula è tutto e il contrario di tutto. Sarà felice al nostro “desco” e sarà incredibilmente presente nelle nostre sofferenze, senza patemi e senza illusioni. L’Autore si rende conto della “grandezza” di Dracula, ma anche della “bassezza”, perché i Grandi come i Piccoli sono sempre “un nano sulle spalle di un gigante”. E se perfino il trono si trascina sul fango, allora è necessario lo “scuotitore Dracula”, l’artefice del destino e della vita che nobilita se stessa. Nel suo libro Stefano Falotico percorre, in sostanza, il dramma “lineare” e “rovesciato” della vita.</p>
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