Nessuno è sedicente se la vita rifulge in auge

Udite le sue parole e rammentate, il monito si tinge di ner visioni colorate.

 

 

La Mecca del Peccato, l’oscura Mela del cinema

Stamattina, m’è arrivato questo strambo mio libro di poesie. Non soffro di modestia, posso asserire ch’è davvero notevole e unico. L’ho riletto in stampa, e approvato. Non ho ravvisato alcun refuso. Tutto coincide perfettamente. Quindi, se siete affascinati da una prosa lirica congiunta alla Settima Arte, permeata a “spia” sottilissima dentro i volti indimenticabili degli immortali divi, questa è una perla da non perdere. Assolutamente. Il prezzo della vendita è forse un po’ alto, ma non si posson biasimare i canoni di lulu.com, che m’ha permesso d’allestire un intarsio molto sofisticato dall’impaginazione sobria, elegante, incorniciata da illustrazioni personali a mo’ di dipinti. Un pezzo raro di pura antologia poetica.

 

Robert De Niro


Poesia fotografica del Cinema

Cento e una notte, bizzarri pensieri cinematografici


La Luna vi adocchia, miei balocchi. Timida vi scalza, scaltra è scatto e già energica mia amata. Odorata, pulsata, in fregio suonarvela.

Tale primo eBook di Stefano Falotico a voi donato, fratelli della congrega, come bandiera mia arzigogolata di play raccolte dal sito FilmTv.it, ove fra miriadi di pensieri ne selezionai taluni, diciamo molti, per regalo a qui “presenti”, giustificati anche d’assenza che comprendo, amici miei. La crisi si fa sentire e si corre il rischio di raschiare il fondo. Ma non non affonderemo, siamo le fionde della fucina e del Dio ti fulmini!

Pensieri che navigano notturni, nel mio stile fastoso, esternato e maliardo, firmamento dorato o nitrato d’argento? Come dico io. Altisonanti, a sonagli, anche assonnato, insonnia poi e dormiveglia diurna nelle mie urne draculesche. Pensieri lestofanti, imbizzarriti e vanesi, vanità al tutto e al lutto di chi non crede più a nulla, pensieri strambi, danzanti o in punta di piedi, poiché io m’impunto e non mi additerete più. Imbrunisco! Ardo dentro e adoro vedermi, anche scomparendo di nuovo, dunque come in antiche memorie immemorabili, in membra recise o membro deciso, fratello o Cristo, Superman o chissà, così o chi?

Pensieri spassosi, ché del divertimento c’è certezza, sol del domani v’è insicurezza e anche camere non tante sicure in quanto qualcuna potrebbe tradirti, lasciando sola la stanza per un “solaio” altrui senza tuo Sole ma piagnisteo e chiavistello da nessuna “chiave” dei letti a castello. Ah, la solitudine, che scempio quando si vien abbandonati, quando ci s’abbottona al borbottio che “farnetica”, sempre meglio di una puttana da “botte”. Allaccerò sempre i miei bottoni nella moglie ubriaca e del resto del proverbio preferisco il popolare proprio popolo che non sia popolino ma “Topolino” senza topine malandrine.

La Donna è mia voglia così com’è, senza se e ma con il suo perché.

Pensieri birichini, bricconcello che son Io, “nomade“, mai stato e quindi fantasma Travis Bickle, come da numerose citazioni, mai Cheeta ma eccitatissimo, piccantino e ad appiccar il fire springsteeniano. Mai del domani, oggi vivo, ieri fui. Fra cinque minuti (s)fumerò.
Poi, serioso, melanconia pura, scarno e grasso, pingue di opulenza mentale senza “sesso” anale, m’analitico, etico e anche immorale se (non) mi va. Stanco, gelato, sì, “leccato”, piluccata è la Donna nel mio poltrire però senza porcile, “brillante” quando mi svesto e lesto ai vostri arresti. Ah, impuniti io punisco, io son pugnace contro i punti e virgola, in quanto svio dalla comune logica grammaticale e son più del pentagramma giacché non da fottere con le radiazioni dei raggi gamma ma proprio raggiante e basta.

Comprate e amerete maggiormente il Capitano!

Levate le ancore, e tu Donna levati ancora tutto, il tuo Cuore “lo sa”.

Bruce Springsteen, Tom Joad, fantasma di vampire bare


William Friedkin e Robert De Niro, la licantropia degli esorcisti demoniaci

Uomini, io vi ordino di comprarlo, altrimenti non siete tali, ma dementi!

Aizzate il Friedkin deniriano che è in voi, lo sento! Dovete sentirmi! 

Monnezze, ora basta! Toglietevi quegli sguardi da mozzarelle! Che sono questi prosciutti sugli occhietti?


Adocchiate questo, e annotatelo. La Notte!
Il licantropo!


Prefazione di un Uomo oltre “Cristo”. Non è una bestemmia, è il Verbo!

Oltre i meccanismi della società “meccanica” e assonnata, io son il serpente-lucertola a sonagli, che suona la carica alle vostre batterie scariche

Lontano anni Luce, e più veloce dei fotoni, essendo fotogenico e contro ogni genetica umana, al di là del Tempo e viscere mie incandescenti. Sì, godo co-s-micamente, dinoccolato nel mio placido cammin stellato e, dall’Alto principesco, allatto la miseria umana, pattuendomene nell’immondizia quando mi va a genio a entrar in uno squallido Mondo che, violento e poco volenteroso al cambiamento, sol e senza Sole apporta modifiche di Meteo nel “precipitare” in zona burrascosa, fra burro(ni) e strapiombi dalla cui sommità sghignazzo col beneplacito della mia corrosiva ironia burlona, strappando l’applauso a scena aperta, squartando chi non merita il mio Siddharta altezzoso e insormontabile, che lacera i luoghi comuni e rafforza il suo eremitico spaziare fra le Dolomiti, le Alpi, le colline di donne magnifiche a cui “appioppo” il mio schizzarle a pois, tra rapido scroscio nelle cascate in cui le bagno, rivoli sanguigni da cui, che culi, me ne disseto con dissenato inumidire fra erbette e una roccia mia splendente, il solletico “casto” di margherite a sfogliar ogni Lei di mio primaveril piumaggio dentro la “coperta” riscaldata, un soffiarvi la tenerezza dell’epico concupir ogni femmina a mia entità divina e sovrannaturale. Be(l)andomene di tutto, coccolo un lupo e do le briciole alle cagnoline, alimentando le loro rabbie.
Poi, sgattaiolo da matto cavallo, “donandolo” da stallon nel cowboy che si rade “glabro” quando le farfalline mordon di succhiotti come neve dissolta sui prati fioriti della procace mia virtù a miele delle api. Esse, tutte, ne suggono il nettare prelibato e n’assaporano la levità ascetica che eppur lo “ascende”, fruendone in “sacrificio” d’offerte a me.

Sì, in tanti, testardi e appunto incagniti, inveirono bradi-bastardi affinché “affinassi” il grezzo mio pelo barbarico e, sebbene sia circondato di bamboline, non sono ancora, mi “s-piace” un manichino da Barbie.
Il mio “manico” sguaina e “sfodera” su grintosi “azzanni” e lascia il segno “bianco” a ogni Biancaneve, “deodorandolo” al g(i)usto “muschio” del mio montone.

Ah, azzannatevi in vanaglorie e falsi, fascisti orgogli. Voi, mentecatte frustrate che prima divoraste l’irripetibile, sacra giovinezza, prostrate in “adorazione” feticista al femminismo laido che anelò per “virilità” più golose, bambine viziate dai rancori inguaribili che ragionaste d’“adulte(re)” come se (non) possedeste le scrotali “sacche” ma sempre all’anello, non di Venere, bensì “veniale” e avvelenato, v’immolaste salvo poi odiarvi in pettegolezzi, ripicche e “impiccagioni” alle illusioni che voi stesse offuscaste, traviate ingenuamente dal “bervela tutta”.

Ora, Io vi guardo e v’ammonisco. Da donzelle eburnee a megere vecchie e acide, piene zeppe di risentimenti. E sparì il sentimento. Sparatevi!

E voi, che vi pensate “uomini” e “pensatori”, siete solo penosi nelle vostre lotte tribali a “vessillo” del “pene” più “amabile”. Mi schifate, mi rompeste da un pezzo, pezzenti!
Non cambio rotta, semmai, se proprio devo “ricredermi”, ti spacco la credenza e pure le “credenziali”.
Credimi, affiliati al mio Credo che gioisce a Petra, mai sgretola ma è argilla papale al plasmarmi mio decadente, “equatoriale” all’apice d’ogni saggezza e a ogni Santo che porta a me. Nichilista atroce, non indosso le vostre “croci(ate)”, amo quelle accavallate senza santini e“idoli” ma a cui scalzar gli stivali nel marchiar i tacchi muliebri nel mio magico “tocco”. Toc toc, ed Ella “apre” la porta del Piacere che si sorbisce snodata e inondata dal mio “lavaggio spirituale” a daino che saltella e dà, spiritato, delle “mille bolle blu” effervescenti di vera, essenz(i)a(an-ale) “abluzione”.

Perché un saggio, essendo saggissimo, su William Friedkin con connessioni a Robert De Niro, unico “neo” mancante alla sua filmografia intoccabile?
Ora(tori) che avete udito la voce di Dio, di suo figlio incarnato in vetta, svettantissima, a tutti e “sopra” a “tutte”, avrete compreso. Sì, le vostre orecchie han inteso, il vostro naso non lo so.
Sempre vi premunite del Lasonil, ominicchi da “ferite aperte”.

Tanta pomata ma poco, “scalmanato”, “lo spalmate”. Persi nello shampoo delle doppie punte che non “la” spuntano. Ah, la Donna è spugna. Schiumosa d’idromassaggio!
Ma vi spremete il cervellino e benedite le vostre fronti senza “aderirlo” alla “fonte”.

Sì, il Cinema di Friedkin è un figlio di puttana. Non vi serve consolazioni, vi sputa tutto l’orrore della putredine. Che vedete ma non denunciate, perché ne siete corrotti dietro “pulizie”.
E non si risparmia. Ne censurarono le orge “gay”, “sforbiciarono” d’offese per “ghigliottinarlo” alla radice.

Ma non sarà reciso. Sempre più deciso, come me. A farvi una lotta senza tregua.
A seppellire vive, ardendole, le certezze da fessi, le usanze, la “transumanza” ipocondriaca da solipsisti che vaneggia e vaga in cerca, poverella e “pecoroni-porconi”, da una comodità a un’altra sporcizia.

William Friedkin non mente, già era “spelacchiato” di stempiato a lavarvi le testoline.
Idioti!

A fracassarvi il cranio di colpi duri, di pallottole in mezzo agli occhi(aluti), pugni allo stomaco e un calcio lì in mezzo. Vi fa male! Vero? E allora William rincara la dose ché volevate sedarlo e segregarne il valore nell’omertà ipocrita! Vi sbudella, vi scarnisce, s’accanisce e non lo tieni fermo.

Il suo Cinema t’afferra per i “coglioncelli” e ti lancia per aria… il Mondo che avete “costruito”.
Manicheo, privo di sfumature, viscido, merdoso, purulento, senza lentezze ti mitraglia e non hai neppure l’attimo per ponderare. Che cazzo vuoi (ri)valutare? Tu, tu che non capisci neanche le “seghe”.

Chi avrà il coraggio, la temerarietà, la forza d’avventurarsi in quest’abissale mio breve ma importante viaggio, non ne sarà deluso.

Solo i delusi non vorranno leggerlo. E allora che si beccassero i ro-manzetti da “romanticoni” coi pasticcini e i rosticini. Arrostiteli!

William è come Gene Hackman, come Al Pacino, come Tommy Lee Jones.

Solo un tassello ai duri: Robert De Niro.

L’unico licantropo che è assente (in)giustificato della collezione.

Ripeto, leggetelo e capirete.

Sì, viviamo in un Mondo che fa ribrezzo e obbrobrio. Che oblio, che obitorio! Che sentor di morte!
E ci tengo a evidenziarlo, a stigmatizzarlo.

Adesso, vi narrerò una storia.

Una bella favolina.

Nel 1979 nacque un genio che decise, coscientemente, di disprezzare gli orridi suoi coetanei adolescenti perché, essendone superiore proprio per nascita, la sua mente e la sua anima non potevano e non dovevano omologarsi a tali maialetti.

Un “maledetto”.

Quindi s’isolò in modo parziale-scremante.

E visse di Cinema, poesia ed elevazione.

Ma gli ignoranti vollero che “tornasse indietro” secondo le loro logiche astruse, insane e stolte.
Eh sì, gli storpi. Perché ne invidiarono il sangue blu.

E lo attanagliarono, “accerchiarono” a scopo “propedeutico” che s’abbassasse, come i “comuni”, all’idiozia omologata ai lavoretti, ai cessi carnali e alle banalità “libidinose”.

Appena “forzarono”, riscattò l’energia imprevista, improvvisa, fulminea.

E piansero.

Perché un genio, se intaccato nella sua libertà, se assediato, diventa mille volte più Grande di prima.

Questo dà tremendo fastidio, turba le piccole, microscopiche coscienz(ios)e.

Ne prendo Atto, miei apostoli.

E rido da matti.

Al solito, v’ho fregato.

Al prossimo (non) complea-n-no vi regalerò il ciucciotto, bambocci.

Sono “cattivo” come William Friedkin e beffardo come De Niro.

Se non mi sopportate, “tagliate” la mia versione “integrale”.

Firmato il Genius
(Stefano Falotico)

  1. L’esorcista (1973)
  2. Il braccio violento della legge (1971)
  3. Cruising (1980)
  4. Jade (1995)
  5. Killer Joe (2011)
  6. Taxi Driver (1976)
  7. Ronin (1998)

Il mio “Noir Nightmare” a seScrivendo

Intervista filtrata di videodrome nel catodico filtrato da una Sony poi di montaggio altera(ta) non troppo.

 

La Bellezza di Edgar Allan Poe nella falotica movenza

Ossequiamo il Maestro assoluto.

Che cos’è Noir Nightmare?

A volte, l’Arte e l’artista, di conseguenza…  nasce e scaturisce da inquiete notti lagrimose, in cui sospiri fra bianche sete di densa malinconia, nell’apnea della carne dell’anima, nel naufragio violento e romantico, tenero e “veliero” di sognanti nostalgie ed emozioni vulcaniche che rifioccan da antichi “lembi” e veli arcani.
Quando, rapito d’estasi nel tormento esistenziale, giaci e “gracchi” nudo, “agghiacciato” da illuminanti squarci penetranti nei tuoi occhi neri, come i miei, sibillini e indagatori, amanti degli abissi da sondar di profonda quiete rierta e or riammodernata e innamorata nuovamente di floridità, impudica al Cuor che si sbrana metafisico, lucidato, smaltato d’angosce perpetue combattive che cavalcano guerrigliere le pulsioni talora inibite, l’acquiescenza appunto “mortificata” dietro illusori schermi protettivi, come un Battesimo rinascente, ferino al sangue che “riscalpita” e schizza rubicondo di gioconda leggiadria, remoto a remar per onde oceaniche nel sogno d’assaggiar, forse solo di chimera e avventuriere intrepidezze, attimi fatali immemori, indimenticabili.

Un’opera che s’è originata come una creazione “craterica”, un magma che serpeggiò, sepolto nell’anima, ottenebrato da mentitori sentimenti “ludici” delle ipocrisie dietro cui noi tutti, come pagliacci “tristi”, ci camuffiamo nel travestimento quotidiano di sopravvivenza e “sonnolenze”.
Ma, prima o poi, la neve si disgela e i dubbi si dissolvono, portentosamente inceneriti dall’urlo catartico della tua vera, fiera essenza.

E, dalla sgretolata montagna assopita, bagnato di piovigginosa, melodiosa Bellezza, scrivi “di getto”, intagliato nelle vene e nella sdrucita vigoria che si rifortifica. Slancio lanceolato, lancinante di candore.
Che germoglia, riscocca di poesie, intrecciate a intuizioni fluide di coscienza, s’incarna nella metrica sciolta, senza regole opprimenti che la “redarguirebbero”, la guiderebbero nell’asettico corridoio di sinapsi studiate e, dunque, non collegate istintivamente alle viscere dello stroboscopico irradiarsene di libertà.

Così, ispirato in modo magniloquente, eloquentissimo di mia Natura ermetica, con soffuse palpitazioni alla mente, nelle “tetraggini” ove le leggende del Cuore si risveglian come cavalieri oscuri, come Dark Knight, balzai di nuovo in sella al Tempo perduto, ai moti miei cavalleggeri di leggiadro brio, del fantasy mescolato all’horror, in memoria del Cinema più spericolato d’immaginazione, “impresso” di mia “stilografica” nella tastiera mobile dei neuroni più “scodinzolanti” e bizzarri, eccentrici e “temprati” nell’incanto.
Rimbalzato, come per miracolo, nel trono e nella reggia da combattente Re Artù. Excalibur di mie spade nella roccia dei sogni.

“Noir Nightmare…” è un incubo incendiario, una discesa abissale e metafisica nel “meandro” labirintico.
Si compone di tre tracce, o forse “trance” in senso mesmerico.

La prima s’ispira a Shakespeare e parte da un suo celebre sonetto per fluidificare, fondere e forgiare il mio ermetismo, appunto, le mie emozioni criptiche, la pietra squagliata
delle mie comete immaginifiche. A librarsi nel vento.

La seconda trae spunto dall’Incipit di “It”, lo Stephen King più misterico e fascinoso, davvero orrorifico senza “spargimenti di sangue”.
Ed è proprio un (non) risveglio, alla Freddy Krueger. Freddy, il Babau che la società “adulta” bruciò vivo perché era solo un signore che combinò qualche “scherzetto” di troppo. E lui si vendicò, da Nosferatu, succhiando i colli dei virginali loro figli adolescenti. Proprio quando si chiudon gli occhi e la Notte si pitta di rosso. Raccapricciante quanto colorato di quella simbiosi con quel Cinema di cui abbiam perso le tracce mnemoniche. Un Cinema “artigianale” che attingeva proprio alle fantasie dei vecchi miti popolari, dei “mostri” a sbirciar, da dietro le fessure delle finestre, i veri orchi in pantofole, i piccoli piccoli borghesi “riscaldati” nel cam(m)ino delle certezze. Già inceneriti perché senza focose, brillanti, vivide passioni.

La terza… “semplicemente” è un’ode cavalleresca “imbrigliata”, dunque intrecciata ai racconti fastosi del Medioevo più romantico.
Più celtico e “barbaro” di meraviglie.

Spero, vivamente, che possa piacervi.

Come dico io, d’Arte mi scalfisco per scolpire l’anima e plagiarla solo ai desideri onirici della mia mente, per scheggiarla e non saccheggiarne le speranze.
E, rosso, ruggisco, fuggendo ove pare alla magia delle “foschie” più chiare e fulgide.

Libro di trasformazioni, di mutazione ed elastico navigarvene nei tessuti onirici, a lodare l’amore da perpetuare e, di porpora, vivere e librar anche di nostalgico furore. Trepidante, mai intiepidito, intrepido!
Trapezista del Cuore nei suoi sussulti, spasmo, pianto, maree brune, forza ed energie onnivore d’aldilà paradisiaci, fuga liberatoria, rifugio dai peccatori che lesero la vivacità della potenza cavallerizza.
E, corazzati, di armatura e amatoria virtuosità, fra vittorie, sconfitte o da vinti mai annichiliti, salteremo in sella, salpando per un lido che sian le incontaminate, arcane, leggiadrie roccaforti della nostra isola mai più minata, vegliarda di saggezza e sveglissima di dormiveglia sempre desto e “patibolar” d’insonnie guascone e combattive, brio dei colori e dell’arcobaleno d’ogni più scattante immaginazione.

Ghiacciai sbriciolati delle gelidezze altrui da innervare di dolce nostra neve roventissima.

Biografia:

innanzitutto, chi è Stefano Falotico. Il mio cognome, “martire” di nome anzi, è sinonimo di bizzarro, fantastico, stravagante. E mi rappresenta, anche “animisticamente”.
Mi spiegherò meglio. Nacqui nel ’79, anno cinefilo imprescindibile, ove furon partoriti due capolavori inauditi, I guerrieri della notte e Apocalypse Now. Apocalypse esemplifica la mia anima.
Alla Jim Morrison su sfumature di linee d’ombra conradiane.
Famelico di notti mie “volanti” nelle meteore e nella cometa fosforescente del mio cristallo corporeo.
Come Kurtz/Brando, un “esangue” fantasma e anomalo folletto non spiritato, bensì spiritico, come le sedute magiche degli sciamani nelle foreste celtiche.
Come Martin Sheen, un combattente, sbronzo di sua “nausea”, richiamato agli ordini improrogabili del “servizio civile”. Un’anima non catturabile, una devianza stramba dalla norma comune dei mortali.
Nel suo avvicinamento all’espansione, anche imprevista e impervia, d’una più alta ed elevata presa di coscienza, da predatore in cerca di compenetrazioni a divine magniloquenze “fuggitive” ma ruggenti per inoltrarsi nella giungla davvero metropolitana, il bosco pericoloso dei sogni.

E come i warriors, invece, adornato ma altresì adombrato da leonine etiche samurai.
In cerca della loro Coney Island e della salvazione. Della romantica libertà.

Le mie precedenti opere sono il lampante mio vergar il sentire del mio battito cardiaco.

Vogliamo accennare un po’ alle loro trame, sempre un po’ solforiche, metafisiche e nottambule?

“Una passeggia perfetta”, il mio primo romanzo, edito dalla Joker Edizioni di Novi Ligure, sorse come un diario esistenziale proprio nato da salvifica acquiescenza ai sospiri del Cuore.

Inizia come un giallo di Marlowe, con un investigatore privato alla Humphrey Bogart, pensieroso, amareggiato e fumatore, che viene contattato misteriosamente per risolvere un “semplice” caso di sparizione. Ma s’addormenta e precipita in una sorta di stato ipnotico, sprofondando e anche riemergendo dentro le spirali di un’adolescenza dimenticata che torna a bussar alla porta mentre le sue palpebre si son addolcite e placate dal trambusto cittadino.
E lì, in quel limbo sorseggiato nella sua “psicomagia” mentale, ricorda, proprio alla Stand by me, il suo incontro, forse se stesso, con un ragazzo fuori dal comune, Frank. Frank è diverso dai suoi coetanei, un sognatore libero rispetto alla goliardica giovinezza altrui. Se n’estrania e, come uno “straniero”, si perde nelle “lunarità” erosive delle  “spartizioni” della sua anima, “giacendo” imbrunito in una dimensione rapita ed estasiata.
L’investigatore poi si sveglierà, come lubrificato e “riammodernato” nelle sue iridi, prima cupe e nerissime da Uomo disilluso, e s’inoltrerà, quando scocca la Mezzanotte, al cinema, rimembrando laconico, ancora speranzoso e combattivo, da un’altra “angolazione” prospettica più conciliata verso il Mondo e la società, riflettendo fra sé e sé sul (non) senso della vita.

Poi, le opere pubblicate con voi.

“Hollywood bianca” è un ironico m’anche assolutorio, lungo racconto di menestrelli ai piedi di Hollywood, avventori d’un locale “malfamato” ove ne succedono di tutti i colori. Essi stessi “falliti” perdigiorno variopinti a immortalarsi, sputandosi in faccia le vigliaccherie e anche gli orgogli, e a fotografare di nuovo l’incanto danzante della dinamica, dinamitarda Bellezza (anche da “camera mortuaria”, infatti nel libro, defilata, viene fra l’altro narrata la vicenda d’un attore famoso, puramente però inventato dalla mia fantasia, che “non c’è più”, defunto per ragioni sospette e oscure).

“Frankenstein” trae invece spunto, più che dal caposaldo della Letteratura, firmato Mary Shelley, dalla versione cinematografica, prodotta da Francis Ford Coppola, e diretta da Kenneth Branagh. Con al centro la “creatura-lità mostruosa” partorita dal delirio d’onnipotenza del nostro dottore-demiurgo scienziato che sfidò le leggi divine. Personaggio interpretato dall’immenso Robert De Niro.

E, nel racconto iniziale, “Dracula”, si fa proprio riferimento all’omonimo capolavoro di Coppola con Gary Oldman.
Un racconto personalissimo d’un Nosferatu nient’affatto (non) morto. Anzi, birichino sessualmente, che esce dal sarcofago per inebriarsi di gioconde donne ai bordi delle piscine.

Una “specie” di prefazione spassosa per poi trascinarci negli strati più bui del nostro animo, appunto con Frankenstein.

Tornando a “Noir”, quindi ricapitolando, esatto… i capitoli e il “capitombolo” nel grande Sogno.

Opera particolare nel mio stile eccentrico, che par danzi nelle intime cavità
sotterranee di Lune morbide, eclissi torbida e inabissamento cupido alla mia
anima che, talora appunto, si sommerge per esperire e pescar, nelle profondità
del meandro e degli anfratti “neri”, il liquor rinascente della vita, la
folgore da cui scaturiranno nuovi amori e levriero spirito guerriero. Poesie
“maculate” nel leggero cospargerle del mio sangue ventricolare, animarle di
“scarnificazione” anche horror per non bruciarle alle ossa e ossidazioni d’un
corteo mortifero e già funebre.

Nata da introverse riflessioni come uno specchio “dilapidato” in me, rotto
dentro di frantumazione a generar coscienza e innalzarne o accudirne un’altra,
respirato e permeato nelle ansie, “imbastito” su fatiscenze di periferie nel
degrado del coraggio smorto e poi da rivivificare con battesimi celestiali
dalle visioni mesmeriche, mistiche e mescolate all’empatia vivida con un Mondo
sempre ondoso, eruttivo di me mai scalfito nonostante l’insonnia e
“caffeinomani” viaggi esoterici nel bollente assopir la pelle e poi innalzarla,
fulva e rubescente, dentro volteggianti, roboanti, infiammate indagini al
tergermi come lapide vitrea della grinta ancor vibrantissima, tepore d’ardori e
nuove anche “ire” per non smarrir le angosce positive e il fiero orgoglio nella
putredine d’esistenze affievolite da un placido benessere solo apparente. O
apparentato a pareti bianche e inaridite.

Immacolata erosione per aderire alla mia voce silente e poi urlo che crepita
febbrile, lacerazioni e soffici “monologhi” nell’infinità.

Consta di tre tracce. La prima è una raccolta di sonetti ispirati proprio al
sonetto 15 del Bardo, Shakespeare.

Flusso di coscienza proprio, spero, fluido di scorrevole letargia catartica. A
sublimare i dolori e iniettarmene però anche nelle loro “interiora”, viscere
anzi di mia interiorità.

La seconda è un tragitto “morboso” che omaggia il Cinema, anche spettrale,
anche “tombale” degli anni 80 e il Maestro del brivido, Stephen King.
“Infantile”, troppo adulto o spezzato proprio nella frattura d’una eterna
quanto eterea adolescenza da immortali. Dunque cicatriziali.

La terza, infine, una sperticata lode all’adorabile Medioevo dei grandi
cavalieri del romanticismo.
Notte e vita, sognatori!

E ora ammicco, da grande amico!

Se posso leggere qualche passo:

Vampiro… via col vento

Stelle che rotean, ruzzolando in acque permeate di flebili tor­bidità già immalinconite nel Peccato, inestinguibile, dell’enig­ma laconico delle etereità agoniche nella Genesi. Albori d’ogni solare e melanconica aurora.

Dardeggiai, aureo, nel drappeggio del mio pindarico mantel­lo.

1. Le mie impronte… Fluorescenza incantatoria d’una astratta Luna da falco

Cardiache levità di danze ormonali dalla lagrimosa cremo­sità che sospira tra uomini imputriditi, avvoltolati in fangosi languori di cerulea “levigatezza” dentro una pelle marmorea d’anime già morte…

Succulenza vampira che si struggeva nelle lancinanti fughe estatiche, d’un arcano sapor mistico.

Firmato, naturalmente, Stefano Falotico.