Il cavaliere di San Pietroburgo, recensioni notevoli da IBS.it

cavalieredisanpietroburgo IBSOggi, con un orgoglio appunto davvero tale in quanto inorgoglito già del suo baldante esser su, dopo aver mangiato giù, cioè nella locanda rimestante i miei tanti cibi di stati mentali “esagitati”, andando nei pressi di IBS.it, ho “rinvenuto” tali recensioni che qui “allego” in memoria dei posteri, recensioni da affissione, da “posterizzare” per un futuro che, calmato dai ribollire di “metodiche” ansie spesso (avita)bili, mi rincuorerà per attracchi speranzosi in lidi più lindi e più gioviale “commestibilità” di me, adesso spesso (so)speso nella suspense dell’incertezza d’un vivermi quotidiano sempre (in)certo.

Recensioni entusiastiche di questa mia opera che sempre conserverò nel cor(po), lontana dai soliti corpi, immersa nei bui corridori, no, corridoi d’una vaga spensieratezza “ansiogena”, opera composita e composta di molti st(r)ati variegati, frammentata in aneddoti apparentemente nonsense e “soggiogata” alla mia volontà che così fosse, sia e sarà.

Recensioni “femminili”, di rara delicatezza che carpirono il senso non capibile subito del romanzo, del terzo di questa mia trilogia…

Due recensioni enormemente positive:

Miriam (19-08-2016)

Clint e i suoi disperati seguaci li possiamo vedere ogni giorno, sono gli artisti di strada che suonano liberi, gli emarginati che si riuniscono di notte e si raccontano gli espedienti del giorno, quelli che rinunciano al posto in banca per girare il mondo a piedi con uno zaino. Il luogo non ha importanza, potrebbe trattarsi di un villaggio nella savana africana, o di una favela ai margini di Rio. In questo libro, è inutile cercare un filo logico tra le dissertazioni di Clint, i racconti, i sogni, niente è logico. Non esiste nesso tra causa-effetto, tesi e antitesi, dimenticate Cartesio e la logica del pensiero che forma l’esistenza. Qui è il contrario, l’esistenza determina il pensiero, i ricordi, le disavventure, la carnalità esasperata, la visione dell’Altissimo mescolata al più infimo inferno quotidiano. L’esistenza di Clint è in continuo divenire, un fiume che scorre e che non è mai uguale a se stesso, che procede senza direzione perché non sai dove ti può portare cercare la verità. Falotico ha una visione del mondo onirica, tenebrosa, non legata assolutamente alla realtà. Rifiuta questa società mercificata, da cui si sente escluso peraltro, e lo manifesta nella scrittura, fa proprie regole di linguaggio nuove, inusuali, alterna capitoli a filastrocche, ricordi di cinema, parabole, obbliga a salti di stile, rende la lettura dei suoi libri un’esperienza emozionale, non solo letteraria. Al di là degli eccessi linguistici, del linguaggio a volte troppo sofisticato e della volgarità per me sempre inopportuna, Il Cavaliere di S. Pietroburgo è un libro che segna profondamente il lettore, una ricerca continua dell’anima, a cui oggi non siamo più abituati.

Voto: 3 / 5

Adele (19-08-2016)

Mi sono imbattuta di nuovo in un libro di Stefano Falotico, il terzo della trilogia di Clint e sono rimasta avviluppata, imbrigliata, come al solito, in un flusso di pensieri, riflessioni, parole confuse che all’inizio sembrano non avere un senso. Clint si trova a S. Pietroburgo rifugiato in una chiesa sconsacrata, col suo seguito di anime perdute in cerca disperata di una guida. La trama è molto esile, uno dei suoi viene assassinato e Clint parte alla ricerca dell’assassino, per vendicare la morte dell’amico. Ma il libro non parla di questo, la ricerca è un pretesto, un punto di partenza per un viaggio introspettivo, in cui realtà e sogno sono confusi, forse i sogni sono più reali della realtà. Clint, Cavaliere, Principe, anima eletta a guida, avverte la missione di cercare l’assassino, ma più che altro di avvicinarsi a Dio, di portare il Verbo sulla terra. Il suo Dio non si trova nelle chiese, difatti si rifugiano in una chiesa sconsacrata, ma fuori, per il mondo, è un dio fatto di sangue e carne, che puoi trovare agli angoli delle strade, con cui litigare, urlare la tua rabbia, ma sempre confidando nella Sua parola, unica salvezza.

Clint è un’anima in cammino, rifiuta questa società mercificata, non vuole essere inquadrato, omologato. Si crede portatore di verità, ma alla fine dirà amaramente che è solo un uomo che non ha nessuna verità. Dopo giorni di ricerca vana ha la rivelazione, Dio ha voluto che girasse a vuoto, ma la soluzione era a portata di mano Clint, trova l’assassino ma non si vendica, la sua non è la sete di vendetta cruenta che si aspettano i suoi. La sua vendetta sarà liberare l’anima dell’assassino, portare allo scoperto i suoi rimorsi e lasciarlo solo con se stesso. Deciderà lui cosa fare, e sia fatta la volontà di Dio. In mezzo a tutto questo troviamo considerazioni sul significato di vivere, sulla politica che ci opprime non facendoci sentire liberi, sul consumismo che ci fa desiderare cose di cui non abbiamo affatto bisogno.
Voto: 4 / 5

 

 

Eliano Bellanova recensisce Il cavaliere di San Pietroburgo

Eliano Bellanova, Il cavaliere di San Pietroburgo

La Corte russa di San Pietroburgo all’epoca dell’Imperatore Nicola II, l’ultimo Zar travolto dalla Rivoluzione bolscevica, era definita un “giardino di ciarlatani”. Tuttavia conservava intatto il ruolo di grande capitale di un Impero che volgeva alla fine. San Pietroburgo e Vienna erano capitali di due grandi Imperi che avevano segnato e… sottolineato la storia. Ambedue erano città pregne di misteri e, mentre Vienna aveva visto uscire il feretro di Francesco Giuseppe, “colpevole” di aver regnato ben 68 anni, San Pietroburgo vide uscire, sotto la forzata “deiscenza” scatenata dall’impulso rivoluzionario, Nicola II e tutta la famiglia Romanov, per finire i loro giorni ad Ekaterinburg sotto il colpi dei rivoluzionari proletari. Imbevuti di teorie marxiste-leniniste, i rivoluzionari di “Ottobre” travolsero i resti di quello che fu uno dei più potenti Imperi del mondo. … San Pietroburgo è il simbolo dell’estremismo, delle tenebre e del crepuscolo per il Cavaliere, che fugge da Alcatraz alla ricerca di una nuova dimensione: latitudini e longitudini diverse che sembrano mirabilmente intersecarsi, contro ogni logica geometrica, astronomica e geofisica. Clint, il personaggio che oscilla fra la determinazione e la “funambolia”, approda in un’aurora boreale di sogni “travasati” in una natura che coniuga mirabilmente il sacro al profano.

“San Pietroburgo, la città dei segreti imperscrutabili, il crocevia di tante marmoree storie angeliche e madre d’altrettanti diabolici sotterfugi gelidi, la città di Cristo crocifisso al centro magmatico del nostro pazzo, stupendo mondo stravagante, del suo “menestrellante” esser sfera vitale, primigenia mela d’ogni originario, inviolato, original Peccato di Dio l’Altissimo e intoccabile” – così, in un tratto di penna “artistico” l’Autore scolpisce sul “marmo del suo libro” l’antica, fascinosa città, che un tempo si era opposta, come invalicabile baluardo, alle invasioni d’oriente e d’occidente, dimostrandosi un crocevia di scontri e incontri d’ogni genere. Il neo-Artù, Clint, il Cavaliere epico senza macchia e senza peccato (come si sarebbero espressi i cantori del Medioevo) è il messaggero di una “sua divina” libertà, che passa “impunemente” dalla verminosa periferia alla catarsi delle chiese, della crocifissione di Gesù Cristo. Clint passa dall’osservazione all’annunciazione profetica, dal “grigio quotidiano” ad un “aldilà immanente”, perché egli, forse, non è né ateo, né credente, né scettico, né bigotto. È uno spirito libero e gli spiriti liberi, quando passano all’azione, rischiano perfino il carcere, come un “Cristo in mutande”, che, teso all’estremo, non sopporterà soltanto la croce, ma anche una specie di trapasso nella “luciferazione”. Il passaggio è reso dall’Autore sotto forma di favola e, forse, è la prima volta nella letteratura che la filosofia “trasmigra” nella favola: un modo semplice e complesso di trasferire il pensiero presso “l’inclita e il volgo” senza alcuna differenza fra loro. E siccome la vita è danza e musica, la tempesta ormonale per Stefano Falotico passa attraverso la danza e la musica, dove il corpo “si intellettualizza” per divenire armonia proibita e sensualità materiale e morale. Nello scorrere degli eventi scorgeremo anche l’illogica “logica” del delitto, una sua ragion d’essere “assurda” e struggente, fino alle tentazioni, al peccato e, infine, all’astrazione. … perché, dopo tutto, l’uomo è un’astrazione, un pensiero-mezzo, una partenza e un arrivo, i cui confini non sono definiti, neppure dalla “fine della notte”.
Quando i discepoli chiedono a Clint dove siano diretti, ottengono la controversa risposta della mancanza di una direzione esatta, perché nella vita non c’è una direzione esatta, se non nel momento in cui essa sia asservita alla mediocrità e alla monotonia del quotidiano “stanco”. La risposta stende mura invalicabili di fronte al reale pensiero del Cavaliere, forse perché egli comprende che il popolo non è chiamato a capire, ma a seguire. Se il popolo, infatti, fosse indotto a “capire”, il cammino dell’umanità si arresterebbe per troppo tempo, tarpando le ali al progresso e al pensiero stesso. … e cosa resterebbe della comprensione, dell’intelligenza, del lungo cammino, se non il “vulcano demoniaco” (S. F.), il Cristo che si rivela come un nano, forse come un “nano sulle spalle di un gigante”?… anche nella Creazione vi sono enigmi, frammenti, un insieme di “raccolte” lungo il cammino della nostra esistenza. Il Cavaliere di San Pietroburgo raccoglie e lascia per la via, si purifica in una catarsi “estrema”, … egli il Maestro, la Verità “sommersa”, il destino vagante nella notte e “speculante” nel giorno, come un neo-Diogene, che vaga e cammina… compie… … il cammino costante che conduce alla “fine, la morte, la sepoltura e l’inizio della nuova speranza”. … ma le sacre scritture hanno detto forse tutto questo? E la congiunzione fra l’ateo, il profano, il credente, il bigotto, il sognatore, lo scettico… non passa attraverso fughe, misteri, fraintesi (la stessa vita non è forse un frainteso?). E la libertà… non è, a sua volta, un frainteso? E la virtù non è forse noiosa e pedante? E la follia non esprime forse la natura intimamente irrazionale dell’uomo? È necessario essere “Cavalieri” per fuggire dal quotidiano del “serpente” per accettare il cangiante evolversi delle aquile. La montagna e l’abisso… non sono forse due facce della stessa medaglia? E quando avremo scoperto tutto ciò… non troveremo che Clint – con le sue follie, i suoi paradossi, le sue tristezze, i suoi “silenzi” intercalati da parole “sospese” – rappresenti l’incisione della vita nelle pieghe e nelle piaghe del quotidiano “magico”?
“Il cavaliere di San Pietroburgo” è quindi la vita che, dalla brama e dai desideri, passa alla catarsi e al tramonto come anelito di speranza nel futuro, “tacite gementes tristam fortunae vicem” (Fedro – piangendo in silenzio il triste mutamento della fortuna).

Intervista a Stefano Falotico, a cura di “Il Mondo dello Scrittore” per il mio Kickboxing

 

INTERVISTAkickboxing

Racconta la tua esperienza come autore
Stavolta, penso di aver piazzato un libro che spiazzerà molti miei aficionados. Opera che tradisce, diciamo, il titolo, perché dal titolo un possibile acquirente potrebbe supporre che si tratti di un libro sulla specificata arte marziale, la kickboxing, appunto. Quindi, nelle seguenti domande, svelerò altro, non molto però, eh eh, tenendovi sul filo del rasoio, affinché possiate già comunque districarvi a intuire il senso di questa mia sperimentale, credo proprio innovativa, nuova incursione letterario-cinematografica. Eh sì.

Che cosa ispira il tuo modo di scrivere
Di solito, come già più volte affermato qui, su questo sito, lascio che il florido, arcano fluir dei miei pensieri prenda sfogo libero, vivace o cupo. Questo è un libro trascendente, impostato sulla meditazione, meditazione che nasce da mille e più conflitti psicologici col mondo. Mo(n)do di vivere nostro contemporaneo, che io ho qui orientato nello splendido, magmatico, solare Oriente. Una lettura dunque riflessiva, introspettiva.

Parla della trama del tuo libro
Questo il reboot-sequel e non di un film con Jean-Claude Vandamme, Kickboxer. Noi, almeno chi ha visto la pellicola, sa(ppiamo) come è andata a finire. Ma fu vera vendetta? Lo scoprirete leggendolo. Perché in queste mie pagine torno indietro, metacinematograficamente, nella memoria e poi in forward, avanti del metter in pausa tutto. Di ponderare, di (ri)trovar la pace perduta di una vi(s)ta spezzata(si).

I tuoi personaggi prendono spunto da alcuni lati del tuo carattere
Sì, certamente, è inevitabile. E credo sia così anche per tutti, tutti gli altri scrittori, senza eccezione alcuna. I personaggi dei nostri libri, seppur inconsciamente, senza che noi, apparentemente, lo sappiamo, riflettono ciò che siamo. Ed Eric, protagonista di questa mia storia, è in parte, sì, me stesso.

Prediligi un genere specifico oppure la tua scrittura spazia in altri campi
Prediligo le storie forti, anzi, a potenti tinte. E anche con questo libro non mi smentisco. Una trama di violente emozioni, turbinose, terremotanti. Par che avvenga poco ma come disse un rivoluzionario che dovreste conoscere, eppur si muove. Anche si muore dentro, per rinascere.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro
Dopo i miei precedenti Il cavaliere di Alcatraz e Il cavaliere di Parigi, che hanno ottenuto consensi strepitosi, ho terminato di scrivere il terzo, diciamo, episodio di quella che è oramai una saga, Il cavaliere di San Pietroburgo. Lo pubblicherò nei mesi a venire.

Cosa consiglieresti a un autore esordiente
Segui la tua anima, amico!

Link all’acquisto – Youcanprint

 

Il cavaliere di San Pietroburgo, edizione cartacea

cavaliere di san pietroburgo

Oggi, 2 Giugno 2016, in questa festa della Repubblica italiana, festeggio la mia libertà di scrittore pen(s)ante col mio nuovo, va detto orgogliosamente, capolavoro letterario, da oggi appunto disponibile nel mio profilo autore di Youcanprint Edizioni, disponibile in cartaceo al prezzo giusto, inevitabile, vista la mole di lavoro di pagine, impaginato e pregiata fattura, copertina lussuosa compresa.
Se volete, e mi farebbe enorme piacere madido di contentezza, potete già acquistarlo. Per un cartaceo sfavillante che promette, in un immediato futuro, altre prospettive avventurose. Fatevi guidare da Clint e dalla sua congrega. Il cavaliere di San Pietroburgo!

Ebbene, fratelli della congrega come i congreganti di/a Clint, ecco la mia nuova, magnificente opera, frutto d’una mia mente prelibata, delicata, alle volte “bassa”, spesso altolocata. Sicuramente, ancora non nel loculo. Opera meditativa, “vendicativa”, ragionata e ponderata, giammai di freddezza calcolata, sinuosa, flessuosa in pregiate pagine morbide, non ancora morte seppur in esse vibrano stati di forza imperitura ed energica possanza di mie eleganti rinomanze. Opera che s’è costruita nel tempo delle mie tempie, introflessa in questa società di molti fessi, riflettente l’odierna, turbante decadenza. Turbo-lenta! Opera scissa fra i tormenti esistenziali e le paure intrinseche d’ognuno di noi, introiettate nell’an(s)imo poderoso di Clint, uomo per antonomasia lib(e)ro-vivente, creatura d’altra epoca e altra natura altera, forse ateo o probabilmente credente, non di certo cedente. Scoprirete in queste pagine di raffinata fattura gli abomini di un malvagio che commise un esecrabile crimine, e v’immergerete negli ansiti punitivi di quattro uomini agli ordini di Clint. Per addivenire alle cause del re(at)o, sconfessarlo e imprigionarlo alle sue “suicide” responsabilità sudicie, poiché costui d’un assassin(i)o immondo si macchiò. Opera filosofica, (im)morale, spensierata e candida, quindi veloce nello squittire il suo “scatto” felino, credo anche ferino. Insomma, alla Falotico. Compratela e “bevetevela” tutta, questa è la mia opera offerta in remissione dei peccat(or)i. Scrivere è la mia missione. Con questa missiva, sto già preparando, come un missile, la mia prossima, dinamica beltà. Incantatevene e, come Clint e i suoi fratelli, non alle ottusità incatenatevi. Scatenat(v)i.

Il cavaliere di Alcatraz, recensione di Eliano Bellanova

Alcatraz Bellanova

L’amore deve rifulgere al di là di ogni cosa… Carceri e disavventure non lo costringeranno in un angolo come un pugile che subisce l’avversario sul ring “della vita”. Anche il sogno è vita e il sogno non accetta nessun ricatto. Esso passa attraverso il dolore e le lacrime. Nessuno potrà farne a meno, incatenato dal tempo che fugge inesorabile. Il primo messaggio de “Il cavaliere di Alcatraz” di Stefano Falotico sembra essere questo. Il secondo è quello dell’eterna bellezza, che va al di là dell’eterna giovinezza.

Il terzo è quello della libertà che viaggia su “ali dorate”, assurde, imprendibili, impalpabili, evanescenti, sfuocate. Il freddo mese di novembre non scuote le radici dell’amore e della libertà. Viene domato da questi istinti che si tramutano in sentimenti. Eppure la vita ha il suo lato di terrore, una specie di pianeta che ci perseguita tutta la vita. Stefano Falotico lo sa bene e non lo nasconde assolutamente. Lo intravede e lo esamina, penetra in profondità e, in un certo senso, ne resta sorpreso. Vuole svegliarsi ed ammirare qualcosa di diverso, di nuovo, di “assoluto”, in un mondo pur sempre condannato al relativismo, che rischia di farti morire nell’anima. È la durezza della vita che forgia anima e mente, cuore e destino. Alcatraz accoglie nelle sue fameliche braccia Clint, un protagonista “antagonista di se stesso”. Un uomo guarnito di “ex”: “ex barista, ex gonzo, ex nel rodeo dei suoi cavalli nel cervello”, un gelido guerriero (come afferma l’Autore), che non è il “pallido delinquente” di F. W. Nietzsche. È casomai un eroe chiamato a rispondere alle avversità della vita e che, forse, non cerca redenzione, ma nemmeno si converte al “peccato”, perché chi lotta non conosce peccati, ma solo il metodo di superare gli ostacoli, vincerli e convincersi della sua “superiorità”. L’eroe sublime potrà fare a meno perfino delle donne, o, almeno, le osserverà con animo sereno e senza sentimenti di vendetta, nemmeno per torti “da subire”, “in divenire”. La bellezza sfuma come neve al sole, ma l’eroe vince i tempi, sfida i millenni, sopravvive impavido a se stesso: nemmeno quattro fredde sbarre lo impressionano. È il Cavaliere di Alcatraz, a cui ogni pena è incredibilmente “superflua”, seppur consona al suo agire. “Or leva su, vinci l’ambascia con l’animo che vince ogni battaglia” (Dante).
Clint è l’agnostico del Duemila? Clint impersona l’ateo? E, forse, in tutti gli uomini non insistono tali “sentimenti”? Chi si pone prono di fronte a una fede? Chi rinuncia a se stesso? Chi non rivendica la sua libertà d’essere e di pensare? Anche il diavolo reclama la sua parte, scende sulla Terra. Anche il diavolo accetta un condominio con ogni dio. Gli dei sono sempre mutati nel tempo, mentre il diavolo ha conservato se stesso, la sua integrità, la sua incredibile coerenza: un paradosso assurdo, eppure immanente e penetrante in ogni pensiero. Il diavolo non accetta manomissioni al suo pensiero. Gli dei hanno sempre mutato pensiero, fin dalle tavole di Noè. Il diavolo ha paternità e maternità: è il primo ideale “ermafrodita” della storia “biologica” dell’uomo. Perfino un dio “buono”, che “volse” il tempo in rintocchi, Crono, divorava i suoi figli, sicché lo scorrere del tempo era rattristato dalla sua avidità felina. Clint è, invece, sincero, confessa a se stesso il suo agnosticismo e resta sulla “soglia della vita”, come sulla soglia di un carcere. Clint incontra il suo “alter ego”, Nick “vagabondo nel suo “vaneggiar” ardito. La data dell’incontro non è casuale. È il mese freddo dei morti, una triste serata, segnata da un numero usato dall’immaginario come simbolo nefasto: è il 17 novembre di un anno della nostra era. Per rendere il paradosso della vita, l’Autore si serve di figure retoriche trasferite in esseri viventi, in celebrità artistiche, anch’esse incantate dal “sogno di Alcatraz”, dal sogno della perenne prigione della vita. Il sesso passa attraverso un “calvario immaginifico”, che descrive un impervio percorso orografico, che si perde all’orizzonte sfumato dei sentimenti repressi, mentre l’Autore evoca immagini scritte così profonde da richiedere un’eccelsa ortofonia, che è sostanziale ed apre ad un nuovo stile sintattico-grammaticale. Ciò non è scandito da sordo esibizionismo stilistico, ma dalla stretta necessità di rendere, attraverso lo stile innovativo, la profondità dei pensieri, perché il “traffico” dei pensieri è talmente intenso nell’Autore da indurlo a “parole” che escono dal “seminato letterario”.

Non mancano immagini toccanti (notte sulfurea, le nostre urla che piangono, etc.). Ad Alcatraz, fra tanti “mezzi e mezzi”, giunge infatti un vero Cavaliere, un Uomo (“U maiuscola un po’ di tutto”). Ma Alcatraz non la merita nessuno: né forte, né debole. Ma, forse, nessuno merita la vita e la sofferenza che incide in se stessa. Sembrerebbe paradossale: anche la sofferenza deve essere meritata. Clint l’ha meritata. Ha avuto un percorso tortuoso, nel suo “innatismo congenito”, nella sua “isotipia”, che non si coniuga ad alcun essere solido e pensante. È una “cosa” a sé, che si rifugia nella latebra del suo spirito inesauribile. Solo un grande Dio potrebbe indicare una via diversa, come la indicò a Mosè nel celebre passaggio sul Nilo. … e quando Alcatraz sarà trasferita negli sconvolgenti ricordi, vi sarà un “Jack Nicholson”, che imbastirà una danza da nano, da “nano sulle spalle di un gigante”. Sarà il preludio alla liberazione degli schiavi, il ponte verso una “nuova vita”, verso la mutazione. L’uomo, prima servo e poi cammello che reca i suoi enormi pesi, si libererà dei suoi fardelli e sorriderà alla vita. Ma quanto gli è costato questo “sorridere”?… Perfino l’ira reca i germi del sorriso, in un percorso che dal pessimismo giunge all’ottimismo “storico-morale”. Un messaggio pluridimensionale quello di Stefano Falotico, scrittore raffinato ed elegante, che non tralascia mai l’esame psicologico di eventi e fatti e di personaggi inediti e particolari che sembrano scolpiti nella “roccia” della sua Opera.

Eliano Bellanova Direttore della Rivista IL FARO ITALIANO

Il cavaliere di San Pietroburgo, presentazione fastosa

Morning at the Cathedral

 

 

Una caratteristica mia peculiarissima, che mi contraddistingue dall’affannoso materialismo borghese, a me indigesto, lontano anni luce dalla mia visione “plateale” della vita, è la capacità sempre, “irreversibile”, di sopperire alle mie “precarietà” esistenziali, sì, una resilienza spasmodica e giammai arresa ai luoghi comuni, col virtuosismo mio mentale, elasticissimo. Che (di)vaga fra mille e più avventure della mia anima, nata creativa e, nonostante molte batoste, non ancor “arenatasi” alle cer(tezz)e d’un mondo assai ottuso e, contro quelli come me, belligerante di stolte, “omicide” (pres)unzioni.

Io son lo strampalato per antonomasia, la mente che si fa fantasia e in essa viaggia a velocità portentosa, sguazzando remoto dalle mentalità bacate e rigidamente fasciste, dalle vecchiaie precoci, ahimè, d’una generazione che non m’appartiene e di cui non condivido un beneamato cazzo.

Emblematico, “rasento” ben rasato, ah ah, la “pazzia” che diviene magnificamente gioia pazza, e in piazza, in mezzo a voi, i veri pazzi, “vendo” il mio talento con nonchalance da far (spa)vento. Sorvolo lindo i lidi più entusiastici del mai esser stat(ic)o…, ed entusiasta gioisco con furente “nostalgia” del tempo non ancor andato via. Acchiappandolo per la sua “criniera” più leonina così come, parimenti, l’è il mio leonino “immedesimarmi” nella guascona ilarità, smorendo quando le persone lamentose, dalle vi(t)e insoddisfatte, vorrebbero “incanalarmi”, ricattarmi e ingabbiarmi in “schemi lavorativi” della lor fissazione “produttiva”, disdegnando il mio essere librante e libero, e presumendo di volerlo appunto “incriminare” addirittura di “malasanità” mentale al fine d’irreggimentarmi in reparti coercitivi della vastità mia accorata, “ancorata” all’infinito e vulcanico partorire rilucenti opere letterario-“cinematografiche” d’inestimabile e unicissimo valore indiscutibile. Con “buona pace” della lor panza e delle meschinità sempre loro che stan alla base marcia dei (pre)giudizi non “abbindolandomi…”. Smuoio apparentemente per perennemente rinascere ancor più forte nella mia radicata, inestirpabile (dis)illusione che nessuno di quelli come me s’attenuerà nell’attenersi triste-mente a questa gente che vorrebbe atterrirci e persino, con le lor illazioni rabbrividenti il nostro onore al(a)to, terrorizzarci nel fiato.

Da questa mistura di (d)elusioni “deglutenti” la bellezza dello schierarsi contro, da questo mio “isperar” permanente, fatiscente a volte quando mi rannicchio nella malinconia più “prona”, risplendente quando m’accorgo che son gli altri, appunto, ad aver torto, squittisce, cresce, si rinvigorisce il mio an(s)imo poderoso e folgorante. Illuminandomi di quel genio, già in me insito, che ogni giorno più si “ramifica” in nuove creazioni (alti)sonanti, laddove, irraggiungibile, sfioro e poi agguanto vertici inarrivabili d’estasi, d’armonia solare, di contemplativa grandezza spaziale, di musicalità liquida del mio cuore non alle scemenze infrantosi ma maggior-mente fiero e “ferino” nell’ascendente rafforzarsi. Sì, un’esplosione irriducibile di languida maestosità.

Allorché, ecco il mio (ri)creare la “creatura” Clint, libertario uomo “nudo” in mezzo alle sconcezze d’un mondo così “(e)retto” nelle sue delinquenziali “credenze” fallaci, un uomo “farlocco”, falotico, dall’anima abbracciante tuti i suoi fratelli della congrega “di sangue”.

Leggetelo e ricordate che un mio libro vale più di tante fredde “educazioni” squallide.

In me vige la veggenza d’un enorme profeta brillante.

Il mestiere dello scrittore è come quello di un grande attore

Marlon Brando

Oggi, 23 Maggio di questo (ir)ridente anno, speriamo buon ano, 2016, il sottoscritto Stefano Falotico ha completato, assieme al suo instancabile, mirabilissimo e affidato editor, la “redazione” improba e gl’impaginati mostruosamente “complicati” del suo nuovo, sfavillante, marmoreo, crepuscolare, macabro e misterico Il cavaliere di San Pietroburgo, terz’avventura importante e non ridondante, gotica, ancestrale, lugubre-cupa, (in)vereconda, e giammai manieristica, di Clint e dei suoi fratelli della congrega, già “raccoltisi” nel capostipite Il cavaliere di Alcatraz e ne Il cavaliere di Parigi.

Compito arduo, “ingrato” quello dello scrittore che, dal nulla, magicamente crea una storia, una trama fitta di “garbugli” e “sotterfugia” con la sua coscienza per addivenire al bandolo della matassa, cioè un’organizzazione quasi “filmica” delle sue emozioni impresse meramente nero su bianco per “impressionare”, si spera positivamente, il futuro e potenziale lettore, mi auguro acquirente.

Copertina da scegliere, per un’immagine che si stampi… presto nella memoria e sia fortemente “robusta” per poter attrarre. Ecco i font a tua creazione immaginifica, di Castellar o Garamond Light. E lo sfondo che è poi il libro, presto in vendita, nei vari formati, da me scrupolosamente redatti e corretti, in Kindle-Amazon, cartaceo pregiato di plastificazione opaca in formato tascabile maneggevole, ed ePub.

Dietro vi sta una fatica enorme. Insomma, ogni volta che si crea un romanzo, ecco, è come cimentarsi in una recitazione di sottile raffinatezza e puntualissima precisione alla Marlon Brando.

Il cavaliere di San Pietroburgo, presto nelle migliori librerie

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Attualmente, io e il mio Sancho Panza, lo stiamo editando. Lungo romanzo fiume, anzi, un profluvio d’emozioni messe nere… su bianco, sì, storia che s’origina da una chiesa sconsacrata in quel della città “santa” e poi un macabro crimine a funestare l’an(s)imo della congrega raccoltasi in Clint il libertario, l’uomo “spoglio” dirimpetto all’atterrente realtà eppur maestosa nelle sue trame, appunto, complicate, cupide, immerse nella tenebra della tetraggine malinconica e della speranza risonante.

Un libro ardito, come tutti i miei, che s’inoltra nello “iato” della notte rifiatante, cavallerizza, nuvolosa, uggiosa, ai piedi d’una metropoli oramai occidentalizzata e mai così fosca. Sprazzi di vita subito calpestata dalla durezza d’una società impazzita, che si disgrega proprio nel tradimento scellerato d’un fratello di sangue della congrega, da tal reato nei cor(p)i dissanguata.

Non posso anticipare altro, spero che, appena pronto, lo comperiate.

Intanto, se vi son scappati, vi “intimo” a prendere quanto prima il capostipite Il cavaliere di Alcatraz e il secondo “episodio”, Il cavaliere di Parigi.

Son tutte avventure che non potete perdervi nella nostra, vostra (r)esistenza.

 

di Stefano Falotico, natural-mente

Kickboxing, il Booktrailer

Kickboxing booktrailer

Ebbene questo Kickboxing “macerato”, vivisezione di un’anima lacerata, usurpata, usata e usurata. Scheggiata e in un “corpo a metà” schiavizzata, tonante vendetta (non) riesumata, vissuta dentro come tormento, come sublimante mente che sorvola l’inquietudine di un cor(po) spezzato, frantumato, eclissato e forse, dalla tragedia, rinnovatosi e ancor più inne(r)vato, teso allo spasmo della tensione “muscolare” del trascendere al(a)to. Un’opera intensa, in cui mi son “ramificato” in una reinvenzione immaginativa della storia laddove s’era interrotta e ove Eric si è “rotto”.

Immagini soavi, decadenti, di templi “buddistici” e (s)consacrati, perfino di un angelo biondo fra le macerie d’una città-metropoli degradata, “massacrata” dalle intemperie d’un erosivo tempo (s)battente, cruento, traditore, abbrustolente…

Daniele Fiori sceglie con parsimonia la musica, “incorpora” le immagini, tratte come da licenza da Adobe Stock, e le “allinea” in movimento sincronizzato alla mia voce narrante d’una sinossi da me scritta con passione e fortissimo, esistenzialista vigore.

Un libro di Stefano Falotico, un’esperienza dell’anima, un abissale viaggio introspettivo nel blackout o forse nell’estemporanea o probabilmente eterna luce vivifica, eterea/o.

 

 

Dal n. 1 di Aprile della rivista “Il Faro”, la recensione di Eliano Bellanova del mio Il cadavere di Dracula


Il Faro Il cadavere di Dracula 

La prosa di Stefano Falotico è un’ossimorica “frequentazione” di parole che si svolgono lungo una teoria che “si snoda” come il mare sugli scogli. Quegli scogli “ascoltano” il flusso “draculiano” che a loro perviene dalla residenza castellana attraverso un cammino lungo come quello delle favole e dei fiumi che “allietano” e inquietano la Terra.

L’ossimorica successione diviene il trionfo della vita sulla morte quando “Asperso in tal asperità, spero in un domani florido che sia “forca” delle ghigliottine in me inflitte e perpetrate da vigliacchi “puritani” della Londra anelata e in virtù veliera del mio cavalcante ritorno” (Il Cadavere di Dracula – Stefano Falotico). Ad un esame superficiale (“la perfida dea che mai da l’ospizio di Cesare non torse li occhi putti” e che è sempre in agguato) l’Opera sembra una successione di “organici frammenti”. Ma i proprio “i frammenti” sono “ricomposti” in una unità in cui l’enigma-vita si rivela sotto i raggi del sole e si tramuta in bellezza eterna, sebbene l’eternità “ristretta” sia pur sempre soggetta alla legge della relatività e del “contingente magico” (Susciti soggezione, e impaurisci. Perlomeno, io mi sento minato dal tuo Sguardo. Ambiguo, ridente ma con sfumature più adombrate di come vorresti apparire. Ipnotica ed evocativa insonnia anch’erotica, solare ma lugubre. Sensualissimo ma un po’ affranto e “roco”, come se la felicità, a prima vista, adocchiasse anche un animo buio che nascondi dietro ammalianti pose maliziose in te stessa intessuta di morbido languore scuro”. – Il Cadavere di Dracula – Stefano Falotico). Trasportato nell’aldilà, il pensiero umano, nella più alta accezione filosofica, si annullerà nella “egemonia delle anime”, presso cui la libertà si professa in quanto tale, sottraendosi al giogo umano e passando attraverso… il cadavere di Dracula, attraverso il mito del vampiro, attraverso il rumore del tuono. La libertà e anche il libero arbitrio passano attraverso perigliosi cammini e ardui ostacoli. Anche la libidine e la lussuria per l’Autore passano attraverso la catarsi “profetica” di un’intima soffusa sofferenza (La mia lussuria si scaglierà terribile di veemenza arsa a vostra finta sapienza. - Il Cadavere di Dracula – Stefano Falotico), attraverso la paradossale lente di un epidiascopio, che, con le sue immagini alterate e “assurdamente iperboliche” ci offre una visione “esagerata e folle” della vita, perché, in fondo, la vita umana non è che “un mezzo” per perfezionarsi per pervenire a vite “diverse”, a mete da conquistare nell’evoluzione biologica, sociale e filosofica, che si dipana nell’incessante comporsi e scomporsi degli “elementi”. In questo “eterno” comporsi e scomporsi degli elementi anche gli insetti hanno importanza, altrimenti non si spiegherebbe il fenomeno dell’entomofilia, ovvero dell’impollinazione ad opera proprio degli insetti.

E come l’uomo “è inseguito” da microbi, batteri ed altri microrganismi dai quali deve difendersi, così il mito di un uomo può sopravvivere a se stesso, al suo cadavere, al Cadavere di Dracula, il vampiro che, con la sua sete di sangue, dispensa orrori… sebbene la scienza ammonisca e ipotizzi che la stessa sete sia dovuta a deficienze di enzimi ed altre proteine, che ne fanno un sofferente, un malato. Il “malato” è depositario di “immani segreti”: senza di lui non vi sarebbe scienza. È “inconsciamente” depositario del bene e del male, delle gioie e delle pene, fino al frainteso, che per molto tempo a livello psichiatrico si è concentrato sulla parola “isteria”, “isterico”, “isterica”. La parola rappresenta un frainteso-paradosso, in quanto il malanno è stato ritenuto di derivazione uterina (il greco ὑστέρα significa infatti ventre, utero). Il mito di Dracula “scientificamente” trarrebbe dalla deficienza di enzimi epatici, ovvero di proteine, la cui scarsa presenza farebbe desiderare il sangue. “Traslando” la “filosofia” (come scienza o come futura scienza nell’accezione kantiana della parola), che presuppone il desiderio di qualcosa perché quella “qualcosa” ci manca, potremmo argomentare che il “draculismo” sia per alcuni una “necessità”. E se questa “necessità” si trasferisce nel corpo sociale o nel pensiero, allora potremo desumere che il desiderio di divenire, di essere “postumi” a noi stessi, sia immanente. Jacques Le Coff, nella sua notevole opera “Il Corpo nel Medioevo”, sostiene che “Eresia e lebbra sono spesso associate: al pari della lebbra, l’eresia è una malattia dell’anima che si esprime simbolicamente attraverso un corpo malato, da allontanare dal corpo sano della Chiesa”. Il “frainteso medievale” diviene “veicolo” allorquando si strutturi nel pensiero “solidificandosi”, trasformandosi da “preludio”, “ipotesi”, “supposto”, in tesi, in affermazione dimostrata, al di là dell’affermazione apodittica. La deficienza di triptofano nel “vampiro”, si tramuta in una “deficienza psichica”, poiché genera “desiderio”, “voluttà”, “ardire”, fino alla violenza, che è figlia dell’aggressività connaturata all’essere umano. Essa genera un cammino o una trasformazione “inconscia” (secondo F. W. Nietzsche “lo spirito prima era Dio, poi si fece uomo, ora sta diventando plebe” e secondo lo stesso pensatore lo spirito diviene cammello, il cammello diviene leone e questo diviene fanciullo). È la teoria del divenire e dell’eterna trasformazione, che “ghermì” Lavoisier. In questo divenire “La mia lussuria si scaglierà terribile di veemenza arsa a vostra finta sapienza. La mia lussuria è un vampiro che lacererà le tue menzogne, seppellirà il morto che tu non vivesti da puro, e distruggerà ogni tua sanità!” (Il Cadavere di Dracula – Stefano Falotico).

In questo asserto è la chiave di lettura del libro (poiché se non troviamo la chiave di lettura di un’opera, non potremo neppure leggerla, in quanto scivoleremo in superficie, vedremo scorrerci addosso fiumi di parole che costituiranno soltanto “inutile fascino”. Attraverso questa “chiave” ci apriremo al “Poeta dell’assurdo, del suono che urta!”, che ci condurrà “nell’eremo della comprensione”, in cui perfino la vendetta potrebbe avere una sua ragion d’essere, se si tratti di “grande vendetta”, di superamento dei pregiudizi, delle “inutili passioni”, per aprirsi al “grande essere”, che è in noi “in nuce” e che passa attraverso il processo della crescita e dello sviluppo interiore: una crescita “tragica”, “terribile”, che richiama alla mente il Prometeo che si vedeva divorare il fegato dai rapaci per riprodursi incessantemente, rappresentando “il fuoco del progresso”, innescando la prima vera reazione a catena della scienza e della storia. E quando dopo queste “acquisizioni”, scorgeremo un altro cammino, secondo l’Autore ci imbatteremo nello smarrimento. Sì, in un fenomeno sempre in agguato, in quanto siamo pur sempre “canne al vento”, sensibili ad ogni umore e variazione. Il nostro Prometeo è Dracula. Chi è Dracula? La nostra passione eterna, il nostro cammino, il nostro Eros nascosto nelle pieghe “supreme”, il nostro “dirimpettaio”, il nostro “traditore”, il nostro “amico”, il nostro “nemico”, il “deposito” della nostra virulenta passione. Dracula è tutto e il contrario di tutto. Sarà felice al nostro “desco” e sarà incredibilmente presente nelle nostre sofferenze, senza patemi e senza illusioni. L’Autore si rende conto della “grandezza” di Dracula, ma anche della “bassezza”, perché i Grandi come i Piccoli sono sempre “un nano sulle spalle di un gigante”. E se perfino il trono si trascina sul fango, allora è necessario lo “scuotitore Dracula”, l’artefice del destino e della vita che nobilita se stessa. Nel suo libro Stefano Falotico percorre, in sostanza, il dramma “lineare” e “rovesciato” della vita.

Il Faro Il cadavere di Dracula 2