FANTASMI PRINCIPESCHI di Stefano Falotico, Booktrailer & ringraziamenti

Una stramba, arzigogolata raccolta poetica, lirica e allegro-tetra sugli ectoplasmi nostri irredenti eppur sadici, ridenti o spaventosamente veri anche per gli increduli.

(Fant)asma & ma(ce)r(i)e…

Case diroccate, (s)fasciate, ceree (pen)ombre a passo di danza su selciati imbruniti delle perite, perdute speranze forse solo rinate, tramonti di fuoco, castelli dark sorvolati d’aquile in vol(t)o d’angelo, scaturigine d’antichi dolori che, dalla tenebra nostra azzurra, risorgono in auge d’un folcloristico cor(p)o d’ansie e luccicanti beltà spasimanti orizzonti languidi.

Floride, estasianti passioni appese a crocifissi del cuore scarni(fica)to, ripulsante vecchie emozioni rigeneratesi, dunque generatrici di fresca rinascenza sonante.

Qui, vivono i fantasmi e, mesto, abito io, indiscusso Maestro…  della regnante fantasia colorata d’incendianti arcobaleni pindarici e Principe del gracchiante assoluto mesmerico. Diavolo della perseveranza del voler disperato trovar il bello nel buio di sentieri “asfittici”, dunque adombrati d’apparente tristizia e melanconica fame dell’io più abba(gl)iante. Dio delle notti illuminate da schiarenti o increspati pleniluni ardenti. E dai lor tintinnanti ululati.

Si stagliano, d’ira focosa, “sca(g)l(i)anti” graffiti a “dipinti” del pitturar luoghi infestati e maledetti, sconsacrati e benedetti dall’ectoplasmatico nostro fluttuarvi d’intensa immaginazione color incenso.

Ho personalmente scelto le immagini da incorniciare e intagliare, d’“inalare” e “innaffiarvi” in questo fluido filmato “arredato” dalla grazia stilistica di Daniele Fiori, ove la mia voce cavernosa e calda s’“incunea” mordace a rapimento mio estatico del recitar potente la sinossi da me stesso “coniata”. Su musica adeguatamente intonata all’atmosfera da me fantasmatica creata.

 

di Stefano Falotico

Fantasmi principeschi recensito da L’amica dei libri, Antonietta Mirra

Immagine

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amicadei libri

 

 

Stefano Falotico in Fantasmi Principeschi ci induce con una premessa a dir poco terrificante all’interno dei meandri della sua follia narrativa, arpionandoci con le sue  stravaganti conclusioni, riflesso fulgido e mai incrinato di una visione memore di antichi presagi cupi e sinistri che volteggiano indisturbati nella sua mente. È lì che, meditando e favoleggiando di perpetui risvegli e di immortalità, che i fantasmi ridono occhieggiando, e vivono per ricordare esclusivamente all’essere umano cos’è la vera vita.

 

Dagli angoli

reconditi dei castelli silenti, i loro respiri s’odono da

ritornati viventi ammalianti e ammantati da un

sobrio, rinomato baglior candido avvolto cupamente

o suadente nelle trasparenze languidamente

ambigue, loro, i fantasmi che, torvi, occhieggiano

un’umanità megera, traslucidi e gracchianti come

corvi neri e altisonanti, spiriti notturni delle

guardiane vetustà rinate anche sol d’essenza

intoccabile eppur di penombre appar(isc)enti fra

pareti asmatiche d’un mondo affranto.

 

Lo stile è un’altalena di metafore e di figure retoriche baldanzose che continuamente spumeggiano tra le righe, ossimori e iperboliche concezioni, poesia e canzoni, scatti ed ira che rendono la sua scrittura un racconto a voce piena, a tratti stridula e senza dubbio maledettamente romantica.

 

Funereo come la morte che invoca, lattiginoso come la luna che adora, la notte la fa da padrona in un turbine conturbante di minacce velate che giungono dalle essenze fantasma che si rivolgono con astuzia e perizia rendendo un po’ di ironia e di dannazione.

 

Le parole mescolate a dovere diventano unguento di terrori senza nome come se ignoti e innocenti fossero in grado di sanare le ferite della vita mortale.

C’è ipnotismo nello scorrere delle frasi, pungolate a dovere dalla rima e dal fluttuo fluido e continuo delle immagini evocate.

 

Il vocabolario dell’autore è vasto e particolareggiato, tutto è giocato tra l’evanescenza e l’apparenza, sulla paura e l’orrore e sempre l’immancabile riflessione della coscienza e dell’anima.

 

La prosa poetizzante è scandita da racconti rinchiusi in gabbie di capitoli che presentano personaggi noti alle prese con le loro caratteristiche principali, come Dario Argento che diventa l’incarnazione del concetto di paura tanto abissale quanto primordiale.

 

Perché io sono immortale anche se non ancor

(non) morto, sono il regista di Profondo Rosso, io

sono Dario Argento. Della paura il maestro per

eccellenza, la suspense (s)carnificata dei vostri terrori

più profondi.

 

Spunta il Joker perfettamente delineato dalla descrizione impressionante e filiforme.

 

Joker dal sorriso horror e sguaiato a sbranarvi, ché

vi pentiate in tal mo(n)do sconcio e orrido d’averlo

così nel cuor suo intimo, quand’era ancora infante e

innocente, lacerato e sporcato, porci dell’assurda,

orrenda cattiveria “onnipotente” da maneschi,

impuniti prepotenti. Vi sostituiste a Dio e lo ardeste

(in)colpevoli.

 

Le parole si annidano in quadrati immaginari fatti di lettere e parentesi, perché ogni concetto rimanda a qualcos’altro.

Ma chi sono questi fantasmi?

 

Senza speranza, fantasmi cittadini che spu(n)tan

da tombini floridi di bagliori glaciali,

impressioni(stici) del lor danzar nel vuoto pieno, in

apnea, appena appena a galla, “galerizzati”, sciocchi

o sol (in)visibilmente sc(i)occanti, signori mansueti

con l’aplomb maestrale della nobiltà “farlocca”,

scombiccherati, pastrocchi ch’appaiono a f(r)asi

mozzate, abitanti in macabri castelli sgretolati, dai

ponti levatoi che “albeggian” (s)tirati, striatissimi nel

malinconico gracchio fragile, gracilissimo di sere

discendenti, infernalmente caldeggianti.

 

Poi Clara la bambina fantasma che crea un’atmosfera inquietante e spaventosa perché il linguaggio è capace di rendere il clima narrativo torbido, sinistro, spettrale, maniacale e perduto nei recessi indiscriminati di questi esseri senz’anima.

 

Fantasmi Principeschi è una prova riuscita, un esercizio di stile che mette in evidenza le potenzialità puramente formali dell’autore che si destreggia bene con le parole, avvantaggiato probabilmente anche dalla tematica a lui molto cara della notte, del buio, della luna. Quell’evanescenza fisica e mentale che tanto lo alletta, quelle ombre che non incutono timore a colui che le racconta ma bensì che lo affascinano come una bellissima donna dalla pelle diafana e dagli occhi dell’abisso. Il senso è un desiderio di affermazione di questa dimensione fantastica permeata inevitabilmente di nostalgia ma non per questo priva di un piacevole senso di scoperta.

 

L’autore come i suoi intrepidi fantasmi è: lastrato di principesco ardore, fuggo, ruggisco, fuggiasco o vigliacco, fiacco o ancora non stanco.

 

E dunque Fantasmi Principeschi, buona interpretazione di poesia in prosa, evoca la dimensione passionale dell’autore per queste essenze prive di sostanza ma non per questo prive di piacevole evanescenza, sentore e ribellione. I loro atteggiamenti, ripresi più volte, sono selvaggi, indomiti, oltraggiosi, menefreghisti ma anche perdutamente innamorati della loro condizione e di quell’oscurità che li rende i signori della notte.

 

Pieno di visioni e di sogni, accarezzato da strani e stranianti incubi, i fantasmi non hanno bisogno di presentazioni, e qui, in questo libro, libero e libertino, il loro splendore notturno scintilla di prepotenza e martirio.

“Soffian” voraci da lapidi esangui, brillan

entusiasti nel buio delle estati, estatici, taciturni,

diurni e serali, imprendibili, tutti assieme o solitari,

non acchiappabili e “sottili”, poi densi, cinerei e

“cervi”, tra liane e boschi di fate, son i fantasmi!

 

 di Antonietta Mirra

 

 

Mister Atlantic City, Saggio Critico a cura di Eliano Bellanova

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Fantasmi principeschi in Kindle-Amazon, presto anche in cartaceo ed eBook

51vuzJgYoxL._BO2,204,203,200_PIsitb-sticker-v3-big,TopRight,0,-55_SX324_SY324_PIkin4,BottomRight,1,22_AA346_SH20_OU29_Da oggi, due giorni prima del mio 36esimo compleanno, è uscita in Kindle la mia nuova, breve ma intensissima opera letteraria, un viaggio ectoplasmatico nelle nostre notturne ansietà, fra segmenti onirici, anche umoristici e ironici, e sprazzi-spruzzi di felicità cupa-raggiante.
Un libro alla Tim Burton, prestissimo anche in cartaceo ed eBook.
Di mia vena inesauribile, editato da Germano Dalcielo.

Innanzitutto, dopo tanto averci lavorato, raffinatamente curato e scrutato in ogni possibile refuso tranciato, eliminato, cancellato, modificato e migliorato, eccolo qui in formato digitale per le piattaforme Kindle.
Una copertina tutta mia, di font(e) battesimale.

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L’ultimo dei romantici libertini Booktrailer, presentazione e ringraziamenti

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Liricamente giaccio in un mar limpido d’astratte poesie voraci, un libro che, disincagliato da ogni schema, vola sanguigno nell’emozioni nostre sprigionanti furore.

Questo libro vuol essere un’ode pindarica e principesca dedicata alle anime, come dico io, nella vita virtuosa lib(e)ranti, slegate scioltissimamente d’antiquate regole opprimenti d’un mondo barbaramente attanagliante di schemi soffocanti. Un incantato intreccio di pensieri lirici, poi irosi, proprio, ed è tutto un gioco di parole, pensierosi, talora anche e perfino “penosi” per come, infervorati si mischiano all’intrepidezza mastodontica del mio turbinante pen(s)ar proprio al(a)to, immergendosi in bagni euforici sconfina(n)ti con la profetica rabbia dei cuori solitari, dunque sdegnati dinanzi a un mondo spesso castigante, cinico, spietatamente emarginante. Incantate parole, a volte, perciò disincantate paradossalmente, scatenate e sganciate dalle catene delle buoniste, false parole della casta… imperante. Un libro in cui mi son dilettato ardentemente a far sì che le poesie in prosa liberissima s’infuocassero in sfoganti slanci d’impeto gridante e furente. Quindi, si (ri)posassero meste nel contemplar serenamente gli ampi orizzonti dei panoramici, fervidi venti e vette delle “montagne” poderose del nostro, se lo osserviamo in profondità, temp(i)o dell’infinita, inafferrabile, potente bellezza, della grande, rinomata, pregiata nostra più insita, celata e poi riemergente vetustà accorata.

Ringrazio splendidamente il realizzatore del filmato, Daniele Fiori, radente allestitore d’immagini, da me personalmente opzionate e scelte, in moto zoomatico del planar sobrie ed elegantemente in un “prato” di (ri)balda languidezza. Di morbide carezze.

E la mia voce rocamente narrante, puntigliosamente sentita dentro, sfiatante nell’intonato, ventre di “tuono”.

L’ultimo dei romantici libertini

Romantici libertini
IMPERDIBILE!

Giacciamo, gracchiando furenti nel vento, negl’intimi meandri delle nostre pulsioni furibonde, ululanti, strangolati da una realtà cagnesca, siamo identità smarrite nel crogiolo poliedrico di razze eleganti e inestinguibili di forza energetica maestosa. Inalberati, arrabbiati, rossi in volto, dalle avverse circostanze erosi, sviliamo nei tramonti “cerbiatti” di ser(at)e pallidamente ristoratrici, sognando libranti i cieli limpidissimi delle astrazioni color (cob)alto, lanceolati, guerrieri della libertà avventurosa, inseguitori di fuggenti attimi, stritolati, ci raschiamo, rischiando, avviluppati da melodie inneggianti alla poderosa anima possente, sciolti nell’azzurro veloce delle interiori vetustà amanti del turbinoso schizzar tra strade di fango, “impaurite”, poetiche d’inarrivabile nostalgia, uomini lirici da due lire ma con un cuore irrefrenabile che, perseverando imperterrito, “a terra”, abbrustolito da (s)tinte emozioni fragili, ci scorpora e ingloba nel caos stupendo del volar intrepidi, mai tiepidi. Angeli di un altro (in)felice pianeta nostro. Marziani e martiri, casinisti e “ingombranti”, noi…

Il cavaliere di Parigi, recensito dal direttore editoriale de “IL FARO”

Eliano Bellanova

 

SAGGIO CRITICO A CURA DI ELIANO BELLANOVA DIRETTORE EDITORIALE DE “IL FARO”

Parigi e Londra in Occidente; Costantinopoli e San Pietroburgo in Oriente, sono città che evocano sentimenti contrastanti. L’Autore Stefano Falotico nella sua Opera “Il cavaliere di Parigi”… si ferma a Parigi, una Parigi “irrequieta” ed “inquieta”, che spinge a questi versi: Qui geme l’orrore, della paura vi narrerò, io, girovago d’eterna buonanotte, di perpetua dolenza, latra l’avarizia di queste latrine di forma umana, e piangerete il dolore che c’infliggeste acuendoci soltanto di rafforzamento…

… e poi “vi racconto come incontrai Clint”, protagonista non manierista, originale anzichenò. Clint è “colui che è”, frase che riecheggia l’Opera di Nietzsche “Come si diviene ciò che si è”. Clint nella Parigi turbolenta, che avrebbe fatto arrossire gli uomini più emancipati del secolo scorso, procede dall’intima catarsi al divenire senza ansia e senza timori. … … “Notte di corvi meditabondi e della vendetta annunciata Voglia di nudo, il mio silenzio cupo, l’ardore nottambulo del mio corpo, il vigoroso, lacerante urlo” … … Questo e non solo è Clint, il personaggio che trova catarsi ed immortalità nelle pieghe/piaghe sue e della vita conturbante che scorre sotto i suoi occhi, la quale è forse per lui una costruzione perenne a più piani, tutti mutevoli e soggetti al tempo che passa. … è l’uomo che nasce continuamente, forse “un nano sulle spalle di un gigante”, come si espresse Tommaso Campanella. Clint è anche il rivoluzionario, il ribelle, forse colui che ricorda in una specie di reminiscenza da imprinting la Parigi rivoluzionaria del secolo XVIII: i vari Marat, Danton, Robespierre, Saint-Just… gli trasmettono “inconsciamente” un substrato di “ribellione”, di “antischiavitù”, una “antischiavitù”, che diviene poesia, gusto guerriero, capacità di battere e battersi in un battito di ciglio… la rivoluzione del silenzio, perché il silenzio pesa, è macigno, è pietra. Ed il mondo vive di macigni e pietre, che oggi sono le “parole” che fanno “società e costume”. Clint è “nudo come Cristo nel Getsemani”… ma probabilmente la sua è una nudità morale e di pensiero, un vedersi, attraverso gli eventi mutevoli, come si è, come ci si trasforma, come “si diviene”. Clint: elemento “bi-anima”, dove una “propaggine” vagamente nibelungica si spoglia di fronte ad una realtà cocente, in cui convergono vizi, difetti, virtù, interruzioni, tristezze, fughe dalla realtà, “dis-educazione” a ciò che è stereotipo ed “uso comune”… “sempr’umidi di stronzate contro gli stronzi”, che si ribellano alla corrente della marea, alla materia avvilente, al “trucco” “mangia-persone”, in confronto con cui anche il più insignificante e vile “passatempo” è “intelligente espressione”, grande “rumoroso” silenzio.

Per rompere lo strano anello di Re Salomone, come direbbe Lorenz, bisogna, però, “affrettarsi”, correre, raggiungere… poiché “La morte incombe, spezzerà le ossa e un moto ribelle s’innalzerà a nostro furore”, dopo “l’orrore della paura”, un orrore sotterraneo, che corre lungo i “versi dei fiumi”, che con le loro onde spazzano pensieri e passioni ed anche languidi abbandoni, fino a “situazioni kafkiane”: “Il Conte ama i corvi nella notte lunga/e coi lupi,/ succhiando i virginali colli femminei, /“lunghissimo” s’avvoltola da creatura col suo creaturale/cantico”. Clint farà i conti con “le menzogne convenzionali”, con la rotazione quasi epilettica delle parole gettate al vento, in un mondo dai palpabili disagi da “décadence”, in un mondo di “forces défaillantes”, “dedito” ad un “sortir de la route principale” o ad una deviazione della “diritta via”, che Dante stesso enunciò senza saperne definire il valore intrinseco, poiché la definizione di una “essenza vitale” non può essere “vocabolario”, tali sono frequenti le “esplosioni intime” che avvengono dentro di noi… rivoluzionari eterni, che non possono tacere all’infinito: “Il nichilismo della società odierna si misura/dal fatto che ogni importanza della parola ha/perso (il) senno, anzi il sen(s)o alla vita ste(s)sa” – sostiene l’Autore, che rafforza la sua tesi nell’irrequietezza adolescenziale, che per non essere curata, soggiace ad una parola-definizione: “tipo nevrotico” – l’enigma di Sigmund Freud, che, dopo aver trovato efficaci definizioni per i soggetti “psicotici”, si ritrasse al momento della “cura”, forse perché irretito o ghermito dalla “stabilità non itinerante” delle sue stesse definizioni. Anche i latini inventarono i paradigmi nei verbi, precludendosi ogni azione in “divenire” ed “essere”, evitando impeto e tempesta, soggiacendo alla “logica grammaticale”. Un mondo costruito su “piattaforme” si scontra con anime sofferenti, tristi, “maniacali”, “sensuali”, “vittime e protagoniste”, sognatrici e voluttuose, vogliose di sesso e di avventura. I grandi del cinema hanno spesso delineato un mondo “diverso dal diverso”, oltre il comune diverso.

Il Clint di Stefano Falotico è, a sua volta, l’ultimo cavaliere di “un’epoca che non c’è” e, in quanto tale, non può divenire, ma reagire alle sconfitte ed al quotidiano scorrere fra paletti, steccati, idee appiattite, mitezza di mente, pochezza di mente, idiozia e fatali abbandoni. La ribellione degli “schiavi” è vissuta come una sconfitta.

E quando una sconfitta deriva da una ribellione pesa due volte: nell’animo del “cavaliere”, come in quella delle plebi parigine che, ancorché ribelli, hanno in loro l’anima del marciapiede, della strada, della “delinquenza” nella migliore accezione: forse sono chiamati a non essere veri eroi poiché operanti in condizioni precarie, avverse e pregne di una filosofia manieristica riduttiva e distruggente. Siamo in presenza di un’Opera di incommensurabile valore “prospettico-psicologico”.

Eliano Bellanova

Intervista a Stefano Falotico, a cura di “Il Mondo dello Scrittore”

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Racconta la tua esperienza come autore
Mi son cimentato, qui, con il seguito del mio fortunato Il cavaliere di Parigi. Ancora una volta, narro delle strambe vicissitudini di Clint, indomito combattente di una sua strana apocalisse impersonificata, per redimere le anime pure dallo sterminio e dai carnai delle violenze a lor ignominiosamente perpetrate. Una storia di salvazione.

Che cosa ispira il tuo modo di scrivere
Dipende dagli attimi, dalle circostanze, come dico io, dal mutevole e stravagante fato, dalle ispirazioni estemporanee, soprattutto dalle emozioni, sempre in cambiamento continuo. Le afferro e lascio che scorrano sulla tastiera del PC, faccio sì che defluiscano e prendano corpo in materia di racconti, saggi o romanzi.

Parla della trama del tuo libro
Come detto, è un sequel. Dopo la funambolica, avventurosa evasione dalla prigione apparentemente invincibile di Alcatraz, ritroviamo il nostro Clint in un manicomio giudiziario in quel della capitale francese, una nera, tetra Parigi, ove sarà incaricato di una mission impossible per scovare un pericoloso criminale maledetto e, forse, per far scattar la molla della ribellione inaudita nei detenuti e nei non più reclusi.

I tuoi personaggi prendono spunto da alcuni lati del tuo carattere
Spesso sì. Clint è però ricalcato, come suggerisce appunto il nome, sulla figura emblematica, titanica, coriacea e crepuscolare di Clint Eastwood, mito immortale per antonomasia del Cinema nostro amato.

Prediligi un genere specifico oppure la tua scrittura spazia in altri campi
Prediligo, come già scritto più volte, il noir, le storie ambientate in posti bui, cupi, minacciosi ma non disdegno nessun genere. Anzi, svariate volte ho intrapreso anche la strada briosa e ironica, come dimostrano alcuni altri miei lavori scanzonati e divertenti.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro
Ho parecchi progetti per il futuro ma, stavolta, mi permetto il lusso di non volerli svelare. Posso solo dire che, probabilmente, pubblicherò a breve un altro seguito, non però del Cavaliere.

Cosa consiglieresti a un autore esordiente
Un consiglio su tutti, inseguire la strada maestra di ciò che la sua anima predilige, senza condizionamenti fuorvianti. Ché sia uno scrittore senza macchia né paure, proprio come il mio coraggioso e imbattibile, testardo Clint.

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Il cavaliere di Parigi approda a Radio-Libriamoci

On air nei giorni di lunedì, mercoledì e venerdì, rispettivamente 18, 20, 22 Maggio alle ore 11, 17 e 21.

Dalle mie testuali, inviate parole, giustamente corsivizzate in quanto personali, la presentazione in radio di Dario Albertini.

Mi dichiaro il principe delle libertà perché amo il pensiero democratico e libertario, appunto.
Vivo freneticamente la mia vita nel far sì che le emozioni brucino intense, ardenti, sentite appieno.
Sono un enorme appassionato febbrile di Cinema, considerando io la Settima Arte al pari, appunto, della miglior Letteratura, una perfetta, estasiante, magica fusione tra sogno e realtà, immagini e parole in movimento, specchio dei nostri veri e/o fantasiosi vissuti, dei nostri viaggi mentali, ritengo dunque la celluloide un riflesso dei nostri pulsanti, vibranti cuori selvaggi.
Infatti, essendo stato obiettore di coscienza, scelsi proprio di svolgere Servizio Civile alla Cineteca di Bologna,
ove ebbi la coincidenza e la fortuna di essere assunto. Cerco di privilegiare gli aspetti dinamici della vita,
cioè l’esplorazione delle nostre anime, la scoperta di nuovi lidi e approdi.

Sono gestore, fra le altre cose, di numerosi blog, alcuni proprio sul Cinema, come www.geniuspop.com/blog e il coloratissimo,variopinto e sognante mulhollandlynch.com.

Il cavaliere di Parigi, Personal Booktrailer